Tra i cinesi e una laurea in Filosofia

Tra i cinesi e una laurea in Filosofia

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Quando arriva il momento di fare un bilancio alla fine di un’esperienza, o c’è malinconia, o felicità, o soddisfazione, o rimorsi, o un bel mix di tutto quanto è possibile che ci sia.

L’ispirazione per questo articolo arriva alla fine del mio percorso universitario, in particolare una mattina, nella biblioteca umanistica, mentre nella sala grande c’è una specie di conferenza con tanti cinesi.

Le prime cose che mi vengono in mente sono proprio i tre anni che hanno preceduto questo momento, cioè questa mattina in compagnia di tanti cinesi. E allora ripenso al primo giorno.

Ricordo che avevo un po’ di aspettative legate al mio passato. Dopo sei mesi trascorsi in una delle facoltà più fredde e cupe del mondo. Dopo l’esame di Diritto privato che cadde per il mio compleanno, un venerdì, con un professore che fu eletto alle Europee del 1984 per le liste del PCI: quando capì che per essere comunista non basta essere un esponente. Dopo aver realizzato che io, che avevo bisogno di umanità, non potevo stare in un ambiente nuvoloso e ambiguo (giusto il tempo di scontrarmi dialetticamente con l’avvocato della mia locataria, che pretendeva 32 euro per il ripristino dell’intonaco e vincere lo scontro a mani basse, citando i primi 2 articoli del Codice Civile, in materia dei Diritti e Doveri del Locatore) presi le mie responsabilità e lasciai. Lasciai Giurisprudenza, lasciai Siena, lasciai la casa di quella vecchia zitella bisbetica attaccata ai soldi.

Quando un ragazzo si diploma non ha le idee molto chiare, ed è difficile trovare subito la propria strada. C’è chi la scopre subito, chi la scopre più tardi. Così, dopo sei mesi di esame di coscienza capì che i tre anni successivi della mia vita li avrei trascorsi come studente del Dipartimento di Scienze della formazione, Scienze umane e della Comunicazione interculturale (indirizzo “Storia, Filosofia e Scienze sociali”), comunque sempre Università di Siena.

Con la mia scelta andai incontro alle preoccupazioni della gente che mi circondava: “Ma a che serve la laurea in Filosofia?”. Come se a qualcuno importasse davvero del mio futuro. Ebbene: “A cosa serve la laurea in Filosofia? A non fare queste domande! Ti pare poco?!”.

Orgoglioso della mia scelta, in questi tre anni sono successe tante cose: è nato Il Ballo dell’Orso, uno tra i migliori gruppi della scena musicale indipendente, ho incontrato professori degni di ricoprire il ruolo, ho visto la gioia negli occhi dei miei genitori che finalmente riconoscevano il figlio contento di preparare il suo futuro, ho imparato ad affrontare le situazioni e, soprattutto, mi sono innamorato della meraviglia.

E non è un caso. D’altronde Hemingway diceva: “Oggi non è che un giorno qualunque di tutti i giorni che verranno, ma ciò che farai in tutti i giorni che verranno dipende da quello che farai oggi”.

La filosofia mi ha dato così tanto che non voglio fare altro che studiare filosofia.

E a chi dedicherò la mia tesi? Vi dirò a chi non la dedicherò: al “giovane professore” (che per niente somiglia al “Giovane Favoloso”), che misura la sua capacità di interagire con gli studenti mettendo “mi piace” alle foto dei profili delle sua belle studentesse; alla segreteria, tipici esempi di bradipi caratterizzati da menti particolarmente intorpidite, che non svolgono efficacemente il proprio lavoro, a meno che il loro lavoro non sia spazientire gli studenti (quando un comunista pensa alla segreteria delle università diventa sempre un po’ meno comunista); al “professore” (chiedo scusa ai veri professori se lo chiamo così) incompetente e indegno di ricoprire quel ruolo, che ti lascia soltanto la rabbia di averti fatto perdere tempo; all’idoneità di informatica: per carità, ammetto che nei requisiti per accedere a una tesi ci debba essere la capacità di saper accendere un computer, ma che uno studente, com’è successo, sia costretto a posticipare la data della sua tesi perché il responsabile dell’idoneità di informatica sposta due appelli del mese di giugno, senza trovare un sostituto, causando così gravi disagi nell’organizzazione degli studi di tutti gli studenti… beh, non vorrei essere nei panni di quello studente.

Quindi, morale della favola, sono felice di laurearmi con una tesi sul personalismo di Landsberg? Ne è valsa la pena studiare ad Arezzo? Alla fine, mi restano le lezioni dei professori o l’inadeguatezza di certe strutture?

L’unica cosa a cui so rispondere è che, sinceramente, non ho ancora capito cosa c’entri questo con i cinesi.

 

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