Shadow Banking, una nuova bolla speculativa?

Shadow Banking, una nuova bolla speculativa?

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Spero possiate perdonarmi l’anglicismo, ma “Sistema bancario ombra” sembra più un titolo adatto alla serie “007” che ad un fenomeno globale la cui pericolosità e dimensione sono state marginalmente analizzate e quasi mai affrontate.

Lo Shadow banking è una categoria molto ampia che definisce tutte le attività che per natura e tipologia sono qualificabili come attività bancarie, ma la cui gestione e promozione viene portata avanti da enti e società che non rientrano nel sistema bancario ufficiale e in quanto tali non sottoposte a vigilanza.

I risultati poco incoraggianti della vigilanza italiana[1] sui casi Banca Etruria & CO., Monte dei Paschi e le dichiarazioni a latere del “FOREX” di Torino del governatore Visco, ci spingono a dire che questo shadow banking non è poi così preoccupante. Effettivamente, cosa ci può essere di peggio della collusione tra guardie e ladri (passatami l’immagine) in un contesto di fiducia, cieca, di poveri risparmiatori?

In fin dei conti ad aspettarsi il peggio almeno ci si tutela.

Tornado al punto, il fenomeno della disintermediazione finanziaria ha le origini più disparate[2] e ogni paese ha le sue peculiarità. In Italia, lo shadow banking ha avuto un forte impulso a seguito della crisi iniziata nel 2008 con il fallimento della banca di investimento Lehman Brother. Ricordiamo tutti il mantra ripetuto dalla stampa nazionale sul credit crunch[3] e la lontananza tra impresa (i.e. tessuto economico locale) e le banche italiane.

Questo vuoto ha indotto prima il governo, nello specifico il governo tecnico del prof. Mario Monti e poi nuovi operatori (fondi di private debt), a creare i presupposti dello sviluppo di un mercato alternativo ai canali ufficiali per fornire nuova finanza alle PMI italiane.

In cosa consiste questo sistema e quali sono le sue criticità?

In estrema sintesi, assistiamo alla creazione di veicoli ad hoc (fondi di private debt) che raccolgono risorse da investitori istituzionali (prevalentemente banche e assicurazioni), e che reinvestiranno queste risorse in strumenti di debito High Yield[4]emessi da società generiche.

Le criticità del sistema sono almeno tre:

1. Prenditore finale del rischio: Piccolo passo indietro, Basilea III è un insieme di regole che normano le attività bancarie, con la finalità (o per lo meno le intenzioni) di mitigare il rischio sistemico associato ad una crisi bancaria. Queste regole impongono alla banca di allocare una determinata quantità di capitale proprio (equity o hard money) secondo un algoritmo che considera la rischiosità dell’attività sottostante. Ne consegue che il fornire debito a società altamente rischiose risulti essere una attività estremamente onerosa in termini di equity. Questo di per sè non è un problema in un sistema sano, infatti questo costo sarebbe “coperto” dal maggior rendimento associato all’attività stessa. Il problema (tutto italiano) non è quindi la mancanza di risorse da investire (il mercato muore di liquidità[5]), ma l’assenza di equity da reperire per poter finanziare questa tipologia di investimenti[6].

L’artificio di finanziare veicoli ad hoc permetterebbe alle banche di raggiugere il duplice obbiettivo di rispondere alle esigenze delle imprese e allo stesso tempo di limitare l’assorbimento di hard money nei propri bilanci. Geniale, ma il rischio rimane, una delle regole auree della finanza (per quanto non possa sembrare) è che trasformare un rischio non è sinonimo di mitigare. Un eventuale fallimento del veicolo nel ripagare i propri investitori, infatti, in ultima misura colpirebbe i bilanci delle banche, con potenziali effetti domino, come nel famosissimo caso del fondo statunitense LTCM[7].

2. Adverse selection. Data l’onerosità per un’impresa nel ricorrere a strumenti come quelli descritti, si è portati a doversi scontrare con un’altra dolorosa legge dell’economia: se da un mercato togli i prodotti migliori, quello che rimane sarà solo il peggio. È evidente, infatti, che qualsiasi impresa sana preferirà ricorrere al mercato tradizionale della intermediazione bancaria, che sarà ben lieta di averla tra i propri clienti[8]. Il mercato di riferimento per questi fondi sarà quindi quello a maggior rischio, in un contesto estremamente competitivo, infatti non dobbiamo dimenticare la logica di un fondo, cioè la necessità di investire sempre l’interezza dello stock di capitali raccolto, producendo così un eccesso di offerta[9]. La conseguenza di tutto ciò non potrà che essere un acuirsi del fenomeno della concentrazione di rischi, non adeguatamente gestiti e potenzialmente letali.

3. Modalità di erogazione del credito. Il management di questi fondi di private debt proviene tipicamente da realtà di banche di investimento, più avvezzi all’utilizzo di modelli matematici (dalla questionabile affidabilità), che a una attività di lending tradizionale attenta alla effettiva comprensione dell’investimento e delle problematiche che potranno emergere nel tempo.

Per questo sebbene la nascita di un mercato secondario del debito sia motivato dalle migliori intenzioni, ritengo che una crescita eccessiva di strumenti di lending fuori da un sistema di vigilanza potrebbe creare il presupposto per una nuova bolla speculativa, le cui dimensioni sono difficilmente quantificabili.

 

[1] Banca d’Italia è responsabile della vigilanza sulla adeguatezza patrimoniale e dei sistemi di Governance delle banche italiane, mentre CONSOB è l’ente incaricato di vigilare sulla conformità degli strumenti finanziari offerti al retail (o per chi non apprezza anglicismi, grande pubblico)

[2] Lacune normative, ricerca di maggiore flessibilità, innovazione finanziaria, carenza di capitale/ risorse nei canali tradizionali della raccolta, etc…

[3] Incapacità del sistema finanziari di fornire liquidità e generare opportunità di investimento nel tessuto economico di un paese, impedendo alle imprese di foraggiare la propria crescita e ai consumatori di finanziare le proprie spese.

[4] Titoli il cui rating è inferiore al livello di BBB- (secondo la classificazione di S&P). Detto in altri termini, strumenti il cui merito di credito gli porta ad essere definiti come titoli spazzatura con un profilo di rendimento sicuramente appetibili, ma con un rischio di default molto elevato.

[5] http://www.aduc.it/editoriale/bomba+della+liquidita+nei+mercati+finanziari+carica_23160.php

[6] Le banche Italiane, per quanto negato dalle istituzioni nostrane, sono fortemente sottocapitalizzate, ma ogni tentativo di sanare la situazione andrebbe in contrasto con interessi fortissimi sul controllo della compagine azionaria. Le fondazioni, saldamente in mano alla politica, non hanno risorse per poter fornire le risorse necessarie alle banche da loro controllate per rilanciarne l’operatività, e ogni operazioni “di mercato” comporterebbe fortissimi diluzioni nelle loro quote di controllo.

[7] Per una sintesi del caso si rinvia all’articolo.

[8] Nel mio lavoro una delle frasi ricorrenti degli imprenditori di successo è “le banche sono felicissime di darti i soldi quando non ti servono”.

[9] Stessa situazione che si è concretizzata, con l’epilogo che tutti noi conosciamo, della crisi dei sub-prime.

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