Come rilanciare l’economia italiana

Come rilanciare l’economia italiana

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Matteo Renzi, con il supporto del Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan, ha proposto un ambizioso progetto di investimenti (circa € 160 miliardi) per rilanciare l’economia del nostro Paese.

Se è giusto intervenire per risolvere la cronica mancanza di risorse finanziarie da poter impiegare come capitale di rischio, resto dubbioso sulla meccanica e lo strumento che il Governo Renzi vuole impiegare.

In primo luogo bisogna inquadrare il problema: efficienza produttiva. L’Italia è il secondo paese per manifattura in Europa, ma sfortunatamente questa posizione di leadership è stata duramente erosa negli ultimi anni e a poco valgano le nostre, seppur indiscutibili, eccellenze nel mondo dell’abbigliamento e dell’elettromeccanica.

Le variabili più significative di questo problema sono:

1. Il Costo del lavoro (o meglio il rapporto tra output produttivo e costo del lavoro associato) eccesivo e non allineato a quello dei nostri principali competitor.

Piccola precisazione per chi come me non crede di essere strapagato, anzi: noi tutti abbiamo un socio occulto, lo Stato italiano, che primeggia (qui sì) per le proprie richieste contributive e fiscali a carico del lavoratore e soprattutto a carico dell’impresa;

2. Il Nanismo della Piccola e media impresa italiana è un problema molto complesso, che però si manifesta prevalentemente in una bassa managerializzazione dei processi (difficoltà e, anche, mancanza di progettualità per attirare talenti) e scarsità di risorse da poter investire in nuovi impianti produttivi, ricerca & sviluppo (“R&S”) e crescita non organica[1].

L’iniziativa del Governo, nel passato, si declinava prevalentemente in contributi o defiscalizzazioni ad hoc, in un contesto non armonico nelle finalità prefissate nel piano di investimenti, e allocato a poche (e spesso sbagliate) imprese. Il professore Francesco Giavazzi, nel suo rapporto alla Camera del 2012, ha analizzato compiutamente il fenomeno e i risultati sono molto deludenti. In sintesi abbiamo sprecato miliardi di risorse pubbliche in migliaia di progetti, che anche se validi nelle intenzioni (già comunque fenomeno raro), mancavano di peso specifico[2] per poter concretamente dare un apporto al tessuto economico.

La situazione dei contributi non è cambiata malgrado i moltissimi tentativi di spending review (da ultimo il super commissario Carlo Cottarelli). E la stessa iniziativa del Governo Renzi di intervenire di peso sul tema del sostegno alle Piccole e medie imprese, con la nascita di nuove imprese (venture capital), apre potenzialmente nuovi orizzonti, di sprechi…

Se tiriamo le somme delle esperienze passate non abbiamo certo di che essere felici.

La Cassa Depositi e Prestiti ha concentrato gran parte dei propri investimenti nel settore immobiliare ed energetico (con valorizzazioni più che dimezzate), seguendo più una logica di aiutare gli amici che aiutiamo il paese[3]. Guardando al futuro e alle modalità con le quali saranno finanziati i 160€ miliardi nel piano industriale, il primo dato che spicca è la leva[4] che il governo suggerisce (oltre a 20x, evviva la cautela) e il secondo è la modalità di erogazione: non pervenuta…

Il coinvolgimento del management del fondo strategico italiano attenua parzialmente le mie preoccupazioni sul fronte professionalità, ma veicolare 160€ miliardi non sarà facile soprattutto per gli obbiettivi ambiziosi nel rinnovare il tessuto economico italiano.

Di tutto questo sistema l’aspetto che meno mi convince è il ruolo che l’imprenditore-Stato si è ritagliato. Non riesco a vedere su quale base l’azione dello Stato possa definirsi come privilegiata nel fornire risorse finanziarie con professionalità rispetto ad agenti privati. Se l’esperienza insegna qualcosa è che lo stato utilizzerà questo nuovo tool per creare clientele, fornendo de facto aiuti di Stato a imprese decotte drenando risorse (attraverso la tassazione) alle imprese sane, in un gioco perverso al ribasso.

L’iniziativa del Governo Renzi dovrebbe essere indirizzata a semplificare il più possibile il contesto normativo di chi fa impresa, azzerando ogni tipo di contributo che per propria natura sarà sempre distorsivo nell’allocazione delle risorse. La vera novità sarebbe una riforma profonda dell’istituto dei sostegni alle imprese in difficoltà, eliminando l’istituto della Cassa integrazione. Forse sto esagerando, direte voi, ma riflettiamo: la Cassa integrazione di fatto è uno strumento che tutela l’impresa malata per mantenere posti di lavoro.

Così facendo si danneggiano le imprese sane su (almeno) due fronti:

1. L’impresa malata per rimanere sul mercato potrà (a spese della fiscalità generale) mantenere prezzi non sostenibili per la propria struttura dei costi, erodendo così la capacità delle imprese sane di generare extra profitto (da reinvestire)[5];

2. Il perdurare di un’attività decotta priva alle imprese sane di espandere il proprio mercato e conseguentemente limita la capacità di raggiungere nuove soglie dimensionali.

In conclusione, uno strumento di gestione della crisi dell’impresa dovrebbe aiutare il dipendente che vede perdere il proprio lavoro e traghettarlo verso una nuova opportunità di lavoro, tutelando così il lavoro e non il posto di lavoro.

Le risorse così ottenute potranno essere impiegate per ridurre in modo significativo la tassazione che grava sull’impresa, velocizzare la dipartita delle imprese decotte, creando così maggior spazio alle imprese sane che potranno creare più posti di lavoro sostenibili e promuovere quel sano dinamismo di cui ha bisogno (disperatamente) il nostro paese.

 

[1] Crescita non organica: acquisizioni o accorpamenti di imprese, anche in contesti internazionali.

[2] Sebbene la spesa in contributi alla produzione e agli investimenti sia una componente di costo importante nel bilancio dello Stato (circa 30 miliardi di euro l’anno), questi stessi incentivi sono diluiti in migliaia di progetti ed enti erogatori.

[3] Ultimo esempio è l’investimento in Saipem (Novembre a circa 8€ per azione) per fornire liquidità al campione nazionale ENI, (il tutto passato come investimento strategico) peccato che oggi il titolo quoti sotto 1€.

[4] Definito come rapporto tra le risorse proprie e quelle di terzi (i.e. debiti).

[5] In altri termini, politiche di dumping o sotto costo, in cui un agente altera l’equilibrio di mercato sfruttando l’intervento terzo (tipicamente lo Stato) nel sostenere i propri mezzi produttivi a spese dei concorrenti. Questa politica venne perseguita in modo massiccio nei primi anni del ‘900 come forma di guerra degli stati per il dominio dei mercati, sappiamo tutti l’epilogo tragico.

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