Poste italiane si quota in Borsa

Poste italiane si quota in Borsa

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fonte Laurent Errera from L'Union, France

Poste Italiane sta per quotarsi in Borsa e molti politici non hanno perso l’occasione per esultare in nome dell’”Italia che cambia”.

Purtroppo, come sempre, questa rappresenta la classica operazione all’Italiana.

Tanti gli interrogativi. Il primo, che più che un dubbio è più una precisazione, è che tale operazione non rappresenta affatto una privatizzazione come molti vogliono far credere, in quanto lo Stato manterrà il controllo.

Il secondo punto riguarda la concorrenza: ci siano delle evidenti anomalie.

fonte pilosioaward.com/people/luisa-todini/
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Partiamo da una semplice domanda, qual è il core business di Poste italiane? Molti di voi risponderanno ovviamente la posta. Invece è un conglomerato assai complesso, con una sovrapposizione inestricabile di servizi postali, finanziari e di altro tipo (dal fondo pensione alla telefonia mobile). E arriva in borsa esattamente con questa struttura mista.

Se guardassimo alle più basilari regole della finanza sembrerebbe logico separare le diverse linee di business per valorizzarle, ma questo non avviene nel nostro caso.

Al riguardo è utile guardare fuori casa nostra in paesi che almeno per quanto riguarda la gestione della “cosa pubblica” sono decisamente più bravi.

Infatti, i tedeschi quando si accorsero del declino del servizio postale separarono le diverse linee di business e le trasformarono in un player globale, i.e. DHL. Questo significa creare valore!

Ma torniamo a noi: è evidente che se Poste Italiane non fossero le poste i servizi bancari e in qualche modo i telefonici, sarebbero molto più ridimensionati. Infatti senza la presenza capillare degli uffici postali, Poste italiane non sarebbe una banca diversa dalle altre. E anche le normali imprese telefoniche “virtuali” non riescono certo ad attirare gli investitori quanto Poste mobile, che ad esempio conta sul potere di mercato negli altri servizi per sostenere i suoi servizi finanziari tramite rete telefonica.

Sfruttare le sinergie non è certo una colpa ma una virtù manageriale, ma lo diventa quando questo riesci a farlo senza sussidi statali (con i soldi dei contribuenti) e di monopoli.

fonte omaggiomania.com
fonte omaggiomania.com

In pochi sanno che ogni anno Poste Italiane è sussidiata dallo Stato per miliardi di euro per le attività di consegne (in crisi per non dire terribilmente in perdita), che evidentemente si estendono ad attività finanziarie-assicurative condotte a danno di banche e assicurazioni private (e dei contribuenti ovviamente), che non godono né di sussidio pubblico né di garanzia dello Stato sul risparmio raccolto (come invece Poste).

Ecco spiegato il motivo del non frazionare l’attività bancaria, che copre circa l’85% del fatturato (i.e. nascondere la cattiva gestione dei servizi postali) e vendere in fretta, prima che si apra il vaso di pandora (l’utile di poste è sceso del 79% tra il 2014 e il 2013).

In tale contesto, ci aspettiamo dallo Stato una tutela degli investitori e soprattutto della concorrenza.

Invece, il Parlamento continua a forzare le regole con manovre evidente tese a proteggere il monopolio di Poste Italiane a danno dei consumatori.

Il Parlamento ha rinviato la liberalizzazione del mercato degli atti giudiziari. La liberalizzazione era prevista dal ddl Concorrenza in discussione al Parlamento, ma è stata rinviata, almeno per il momento, a metà 2017.

L’aspetto più inquietante è che, le stesse stime di Poste italiane avallate dal ministero dell’Economia, sostengono che la piena liberalizzazione del recapito degli atti giudiziari avrebbe determinato un minor gettito dalla vendita di azioni tra 650 e 900 milioni di euro. Ciò che colpisce è che questi atti determinano ricavi di 222 milioni su un totale di 28 miliardi, mentre il valore di quotazione si colloca tra 7,8 e 9,8 miliardi: se ne deduce che quasi il 10% del valore di Borsa dipenderebbe da meno dell’1% dei ricavi.

A pensar male sembra che il valore di borsa di Poste Italiane dipenda dal suo monopolio.

Altro evento per così dire “sospetto” è l’intervento dell’Agcom.

Con delibera 396/2015, l’Agcom invece di estendere l’ambito della concorrenza ha deciso di estendere il perimetro del servizio universale con un nuovo servizio cd. “posta prioritaria premium”, l’equivalente di un servizio di corriere espresso, da sempre escluso dal perimetro del servizio universale.

In questo modo Poste italiane fa meglio concorrenza ai privati soprattutto nei servizi di e-commerce di consegne leggere, e riesce a godere perfino dell’esenzione dall’Iva (il che significa avere prezzi più bassi del 22%).

Inoltre, questo aggira una misura introdotta solo 12 mesi fa nel decreto Competitività, che sottraeva all’area di esenzione Iva proprio i servizi “negoziati individualmente”, ossia – sostanzialmente – le attività B2B.

Probabilmente tra qualche tempo questo sarà bollato come aiuto di Stato e la Commissione europea ne imporrà il rimborso, ma intanto Poste incassa.

Che nessuno dica che l’Italia è un paese che sostiene la concorrenza, qui regnano i Monopoli e chi paga è sempre il cittadino (come del resto conferma l’OCSE).

Ma alla fine, si sa, la colpa sarà sempre del Mercato e del Capitalismo.

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