Monte San Savino, una questione pubblica

Monte San Savino, una questione pubblica

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Indovina chi viene a cena - film diretto da Stanley Kramer

Che la politica riservi sorprese con una velocità sempre più elevata non è più una novità, il problema per chi osserva però resta complesso perché riportare il semplice fatto politico equivale a non tracciare alcuna linea di approfondimento. Il fatto pubblico e nazionale assunto dalla vicenda del sindaco di Monte San Savino rischia di rientrare a pieno titolo in questa categoria, con l’accaduto che deve per forza rientrare tra le dinamiche più battute – e spesso più superficiali – del razzismo/non razzismo.

Certo, quando abbiamo letto il titolo del video che la figlia del sindaco di Monte San Savino ha utilizzato per rendere pubblico il proprio disagio, anche noi abbiamo avuto la tentazione di questa scelta, perché “Il razzismo spiegato a mia madre” è molto più che un assist, è un clamoroso colpo di scena in una stagione dove le vicende legate all’emigrazione corrono più veloci d tutto il resto.

E invece, la questione Monte San Savino rientra a pieno titolo in un altro dibattito, quello della crisi di una maggioranza dove si è già consumato uno strappo di coalizione subito dopo la vittoria elettorale del giugno scorso.

Sapere che il patto elettorale presentato agli elettori ha conosciuto una pesante battuta d’arresto è certamente una notizia – anche perché gli effetti sono stati quelli di un PSI in grado di battere un colpo con la nascita di un gruppo consiliare autonomo. Ma di ben altro tenore è il fatto di sapere che un sindaco PD viene tirato in ballo dalla propria figlia per la sua ferma opposizione – con tanto di accuse e invettive – a una relazione amorosa con un profugo.

La questione partitica ha generato una spaccatura nel cartello elettorale, ora la rottura coinvolge l’aspetto civico.

Un fatto pubblico di questa portata spinge una maggioranza a interrogarsi sulla propria natura: i partitini della sinistra presenti in quella coalizione sono chiamati a una riflessione rispetto a quanto accaduto, per non parlare di un Partito Democratico che da anni si batte per difendere le ragioni dell’accoglienza nonostante tutto e quasi tutti.

Il contrasto tra il pensiero politico e la pratica politica quotidiana è troppo netto, non si ricuce e, quindi, delle due l’una.

Se la maggioranza segue la reazione della madre non vi sono dubbi sul fatto che non esistono più i presupposti per continuare: la sconfessione tra quanto affermato e quanto fatto ha un evidente impatto sulla natura della coalizione e sugli elettori che hanno deciso di votarla.
Se, invece, la maggioranza consiliare segue il pensiero del sindaco allora i partiti della sinistra – da sempre sensibili alle dinamiche legate alle minoranze e all’emarginazione sociale – decidono di proseguire una battaglia sapendo che il primo a non crederci è proprio il loro sindaco, che si comporta in modo diametralmente opposto al loro credo politico.

Nell’attesa di sapere se rimarremo in una perenne contraddizione tra quel dire e quel fare che tante critiche ha ricevuto negli ultimi dieci anni, abbiamo conosciuto il significato di un cortocircuito dove ci siamo addormentati a sinistra per svegliarci – improvvisamente e tutti sudati – a destra.

La velocità va bene, ma senza esagerare

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