Milano, l’immigrazione e il terrorismo

Milano, l’immigrazione e il terrorismo

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foto di Paola Lombardi

Venerdì 20 novembre l’Università degli Studi di Milano ha ospitato il Convegno “Migrazione nell’Europa che cambia”, organizzato dal Movimento Federalista Europeo (www.mfe.it) e da Libertà e Giustizia (www.libertaegiustizia.it) in collaborazione con il Parlamento Europeo (http://ec.europa.eu/ewsi) e la Commissione Europea.

foto di Veronica Pennati
foto di Veronica Pennati

Un incontro ideato per far luce sul grande cambiamento della società, del diritto e dell’identità del Vecchio Continente. Un momento di riflessione che ha preso forma partendo dall’Inno alla gioia di Beethoven, l’Inno dell’Unione Europea. Oltre a professori ed esperti, come il sociologo Alessandro Cavalli e Antonio Longo, Direttore de L’unità d’Europa, hanno partecipato due Parlamentari europei: Laura Ferrara del Movimento Cinque Stelle e Daniele Viotti del PD.

 

Il filo conduttore del convegno è stato: L’Unione Europea, dopo anni di non politica in tema di immigrazione, come potrà controllare le frontiere in un periodo così sensibile al terrorismo?

La prima cosa da fare è affrontare l’argomento dell’immigrazione non più come un’emergenza, ma come un processo storico naturale e inarrestabile. Bisognerebbe parlare di integrazione, non di primo soccorso. Questo significa che i 28 Stati membri dell’Unione Europea devono imparare in primis a coordinare meglio lo scambio di dati e di informazioni, ma soprattutto, ora più che mai, l’Europa deve modificare gli accordi di Dublino (già modificati nel 1991 e nel 2013 in risposta ad un contesto sociale del tutto nuovo); analogamente deve chiarire le competenze dei propri organi istituzionali addetti alla gestione del flusso migratorio.

Secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR.IT), nel 2013 quasi 890.000 persone hanno chiesto asilo politico nel mondo e solo l’UE ha ricevuto complessivamente circa il 43,5% del totale delle domande. Come ha dichiarato Francesco Laera, addetto all’ufficio stampa di Milano della Commissione europea, se l’Unione europea non cambia, entro il 2101 riuscirà ad aiutare 160.000 profughi, un numero imbarazzante se si pensa che solo a Milano da ottobre 2013 a ottobre 2015 ne sono passati 85.000.

L’Europa ha bisogno di un approccio comune in materia di asilo e la professoressa Alessandra Lang, dell’Università degli Studi di Milano Dipartimento di Studi internazionali, giudici e storico politici, ha spiegato che per affrontare molte delle questioni connesse all’immigrazione è fondamentale puntare sulle relazioni con i paesi extra-UE, rafforzando la collaborazione e i legami con le politiche interne ed esterne dell’UE.

Finora sono stati firmati partenariati per la mobilità con Moldova (2008), Capo Verde (2008), Georgia (2009), Armenia (2011), Marocco (2013), Azerbaigian (2013) e Tunisia (2014). Quindi è chiaro che se gli Stati membri dell’Unione europea continuano a mantenere una propria politica nazionale in materia di immigrazione, rimarremo sempre paralizzati da un inevitabile caos, dando molto vantaggio alla criminalità organizzata e al terrorismo.

Inoltre, la professoressa Lang, ha svelato che non è una verità assoluta dire che gli accordi di Dublino stabiliscono che le richieste di diritto di asilo, da parte dei rifugiati, debbano essere poste nel primo paese di arrivo. In realtà bisognerebbe tener conto anche del paese in cui vivono i famigliari del richiedente, ma soprattutto delle politiche in tema di immigrazione dello Stato che ha svolto la funzione di porta d’ingresso nel Vecchio Continente. Per contribuire a questo processo, gli Stati membri hanno già accesso alla banca dati Eurodac, che consente di confrontare le impronte digitali per verificare se il richiedente ha precedentemente presentato domanda di asilo in un altro paese dell’UE (http://ec.europa.eu/dgs/home-affairs/what-we-do/networks/european_migration_network/index_en.htm).

Chi sostiene la filosofia del nazionalismo non calcola che un continente frammentato è più facile da conquistare, oltre al fatto che il terrorismo non può avere una religione.

foto di Paola Lombardini
foto di Paola Lombardini

Nei giorni successivi agli attentati terroristici di Parigi il pericolo di associare il terrorismo ai musulmani ha provocato tutta una serie di reazioni. Si sono registrati molti appelli (#notinmyname) affinché i musulmani che vivono in Italia prendessero le distanze dagli attentati terroristici dell’ISIS.

A Milano, in Piazza San Babila, un migliaio di persone, più di 80 associazioni, di cui anche moschee, si sono presentate per diffondere il messaggio che anche l’Islam è una religione che predica la pace e che condanna ogni forma di terrorismo. Tra di loro poco più di 400 persone di fede musulmana, un dato certamente troppo timido se confrontato con la presenza dei musulmani che vivono a Milano.

Ma con un’Europa alle prese con un profondo quanto repentino cambiamento, diventa fondamentale sentirsi parte integrante di una comunità per superare divisioni politiche e religiose, che minano alle fondamenta la comune lotta al terrorismo. Anche per questo, è necessario ripartire dalle persone che sono scese in piazza per dare il loro piccolo ma fondamentale contributo, al raggiungimento del fine supremo: la pace.

Foto gallery della manifestazione #notinmyname in Piazza San Babila a Milano, by Paola Lombardini

 

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