#Milano che cambia volto: Fondazione Franco Verga

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Fonte: Fondazione Franco Verga

Milano, la città dove le persone dalla fretta camminano sulle scale mobili e fanno colazione in piedi per non perdere tempo.

La Milano emancipata, la Milano dell’happy hour e del sushi, ma anche la Milano che chiede sacrifici per “tirem innanz”. La Milano di Lucio Dalla.

Mi chiedo solo se, fra i tanti luoghi comuni che orbitano intorno al capoluogo lombardo, ne verrà mai aggiunto uno in riferimento alla solidarietà: Milano potrà sembrare una città dal cuore freddo, ma è sempre stata capace di cambiare volto per offrire rifugio alle minoranze.

Una tradizione che vede le sue origini nel 313 dc con l’Editto di Milano emanato dall’Imperatore Costantino. Grazie a questa legge si concedeva la libertà di culto, chiudendo l’era della persecuzione dei cristiani. Senza ombra di dubbio le motivazioni di un provvedimento così importante sorsero da un’esigenza politica e non spirituale, resta comunque il fatto che l’Editto di Milano fu in grado di ristabilire ordine e pace in un Impero devastato dalla violenza e da una forte crisi economica.

Magia? Credo che la pozione sia composta da tolleranza più adattamento all’evoluzione storica: una combinazione vincente che Milano ha saputo utilizzare più di una volta.

Vogliamo non andare troppo lontano con la storia? Benissimo, allora pensiamo agli anni ’60, periodo in cui Milano ha vissuto una drastica trasformazione in seguito alla migrazione di massa proveniente dagli abitanti del sud della penisola. Il fenomento migratorio di cinquant’anni fa non si può paragonare a l’emergenza profughi dei nostri giorni, tuttavia, vorrei approfondire come negli anni ’60 la città di Milano è riuscita a trasformarsi dando vita all’attuale popolazione milanese.

Per comprendere in modo più approfondito cosa è accaduto nel corso degli anni ’60, ho intervistato uno dei testimoni della nascita del primo gruppo che si è impegnato per garantire una vita più dignitosa ai migranti nella terra di Sant’Ambrogio: il Presidente della Fondazione Franco Verga – C.O.I – Gianpietro Lecchi.

Perché nascono il C.O.I e la Fondazione Franco Verga?

Nel 1963 nasce il C.O.I (Centro Orientamento Immigrati) e da questa esperienza nel 1978 nasce la Fondazione Franco Verga. Negli anni ’60 erano molti gli italiani che si spostavano dal Sud verso il Nord, al punto che in circa cinque anni la popolazione milanese passò da 1.300.00 abitanti a 1.700.000. Milano stava vivendo un grande cambiamento, ma la città non era ancora pronta all’accoglienza: le condizioni dei migranti erano spesso tragiche poiché vivevano nella miseria più completa. Ecco perché nasce il C.O.I., per aiutare e dare speranza a queste persone. L’idea del fondatore – Franco Verga – era di trovare una soluzione ai problemi dei singoli in modo diretto e immediato. In nodi sono: istruzione, casa e lavoro. Dagli anni ’60 fino agli anni ’80 il C.O.I si è sempre occupato ed è stato l’unico a farlo, delle persone del Sud Italia, a partire dagli anni ’80 in poi invece, la Fondazione Franco Verga ha iniziato a prendersi cura delle persone provenienti da Africa e Asia. Alla fine anche se si tratta di due diverse emergenze l’obiettivo non cambia: aiutare gli immigrati affinché non abbiano più bisogno di aiuto.

L’emergenza che viviamo in questi giorni è molto diversa da quella degli anni ’60: quali sono le maggiori differenze?

Negli anni ’60 erano tutti italiani quindi non c’era il discorso di assistenza per i documenti, però non dimentichiamo che la maggior parte dei migranti del Sud era analfabeta o analfabeta di ritorno. Molti firmavano con la x oppure parlavano solo il loro dialetto e non capivano l’italiano. Oggi organizziamo corsi di lingua e cultura italiana esattamente come negli anni ’60. Il vero problema dei nostri giorni è il lavoro. Cinquant’anni fa eravamo in pieno boom economico e chiunque arrivava a Milano riusciva a trovare una sistemazione. La situazione era molto diversa dall’attuale, c’era una forte richiesta di manodopera non qualificata, di conseguenza non era fondamentale conoscere un italiano perfetto, se non addirittura avere un titolo di studio. Il problema degli anni ’60 erano gli alloggi, non c’erano case ed ecco perché il più delle volte i migranti vivevano insieme negli scantinati o in altre sistemazione lontane dalla dignità umana.

Senza il Boom economico sarebbe stato uguale?

No, i migranti non si sarebbero fermati nel Nord Italia, avrebbero proseguito fino al Nord Europa esattamente come stanno facendo i siriani oggi.

Come venne risolto il problema delle case?

Grazie all’aiuto delle grandi aziende, del piano Fanfani e degli enti per le case popolari la situazione è stata risolta. Per esempio, l’azienda dei trasporti di Milano (ATM) ha costruito interi condomini per i suoi dipendenti; oppure pensiamo ai quartieri come Chiesa Rossa: insomma sono state costruite delle zone con grandi palazzine per dare la possibilità a tutte queste persone di costruirsi una vita dignitosa.

Fonte: Fondazione Franco Verga
Fonte: Fondazione Franco Verga

Oggi non riusciamo a gestire l’emergenza profughi perché manca lavoro?

L’Italia ha smantellato la grande industria per dare più spazio al terziario. I paesi del Nord Europa invece hanno rinnovato ciò che noi italiani abbiamo distrutto, ecco perché il tasso della nostra disoccupazione è molto più alto. Noi non abbiamo più solide e grandi aziende, le stesse che negli anni ’60 hanno avuto un ruolo da protagoniste nella gestione dell’aumento di popolazione. Poi c’è da dire che oggi anche il migrante stesso è diverso: il siriano ad esempio non è per niente analfabeta. Non conosce la lingua italiana, ma parla bene quella inglese e/o francese, ha delle qualifiche oppure sono professionisti e qui si capisce perché la Germania vuole solo siriani: le aziende tedesche hanno bisogno di manodopera qualificata in questo momento. Gli imprenditori della Germania hanno capito come trasformare l’immigrazione in risorsa.

Sì, ma oltre ai siriani ci sono gli eritrei che hanno diritto di asilo politico e non hanno nessun titolo di studio. Sono giovani ragazzi che scappano da un servizio militare illimitato e hanno tutta l’intenzione di rimanere in Italia. Come possiamo “cavarcela” questa volta?

Se l’Italia vuole vincere questa sfida deve puntare di nuovo sulla formazione, che si deve intendere anche come le nostre vecchie scuole professionali. Non tutti vogliono studiare, laurearsi e diventare dei professionisti. E’ quindi necessario permettere a coloro che vogliono imparare un mestiere di farlo senza dover fare ‘grandi’ studi. In Germania le scuole professionali esistono anche per i cittadini tedeschi e funzionano molto bene perché i giovani si ritrovano preparati nel mondo del lavoro anche a livello pratico. Ecco come possiamo fare, dobbiamo insegnare ai migranti a camminare con le loro gambe.

Voi che tipi di corsi organizzate?

Di lingue, cultura italiana e inserimento nel mondo del lavoro.

Sono tutti volontari?

Sì, certo. Da sempre e sono tutti professori.

Secondo lei Milano sarà ancora capace di cambiare volto?

La sfida non è delle più facili. Milano però ce la può fare tranquillamente. Ho letto recentemente un sondaggio sul Corriere della Sera che il 45% dei milanesi non ha paura di affrontare l’emergenza profughi, perché il fenomeno dell’immigrazione non è una cosa nuova, c’è sempre stato, bisogna solo capire come trasformare il disagio in risorsa. C’è da aggiungere che oggi il fenomeno non riguarda solo noi italiani, c’è di mezzo l’Europa. La sfida è molto più difficile di quella degli anni ’60: l’Unione Europea si trova di fronte a una prova di coerenza rispetto ai propri principi.

 

 

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