L’immigrazione vista con i numeri

L’immigrazione vista con i numeri

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Da uno studio dell’OCSE emerge che in Italia il numero di nuovi immigrati permanenti è diminuito del 19% tra 2012 e 2011. Il risultato è che l’Italia è passata dal terzo al quinto posto nella classifica dei Paesi OCSE a maggiore immigrazione, alle spalle di Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Francia. L’Italia (in negativo) e la Germania (in positivo) rappresentano in maniera chiara ed evidente la correlazione tra andamento dell’economia e flussi immigratori.

Stabilito che non esiste un complotto europeo per indirizzare i flussi migratori in Italia, dobbiamo ancora chiarire se l’immigrazione è davvero un “male economico” oppure una risorsa per il Paese. A tal proposito, il “Dossier statistico Immigrazione 2013” evidenzia che l’immigrazione in Italia porta nelle casse dello Stato un beneficio che si può quantificare in un miliardo e 400 milioni di euro, il che equivale più o meno all’8 per mille donato alla Chiesa Cattolica. Il rapporto tra la spesa pubblica per l’immigrazione, da una parte, e i contributi previdenziali e le tasse pagate dagli immigrati, dall’altra, mostra che nel 2011 gli introiti dello Stato riconducibili agli immigrati sono stati pari a 13,3 miliardi di euro, mentre le uscite sostenute per loro sono state di 11,9 miliardi. A tal riguardo, un dossier della Fondazione Moressa stima che l’immigrazione crei un surplus nelle casse dello Stato pari a circa 4 miliardi di euro (equivalente al peso dell’Imu sulla prima casa), derivante da contributi previdenziali, redditi da lavoro dipendente e indipendente, attività di impresa, consumi ecc. 

A questo punto i sostenitori più ardenti dell’anti-immigrazione potrebbero contestare che i redditi generati dagli immigrati derivano da lavoro sottratto agli italiani. A tal proposito, la Banca d’Italia in un report pubblicato nel 2012, ha chiaramente sostenuto come la crescita degli stranieri “non si è riflessa in minori opportunità occupazionali” per gli italiani, stanti le differenti tipologie di lavoro svolto e la necessità di addetti in determinate aree (in primis assistenza sanitaria). In altre parole, la Banca d’Italia ritiene che gli immigrati colmino alcuni gap occupazionali in settori che presentavano carenze di manodopera e poca offerta di personale.

Non si risolve certamente la questione immigrazione con un articolo approfondito, tantomeno si esauriscono le molteplici implicazioni. Abbiamo solo cercato di mettere in luce la distanza che separa la politica degli slogan dai numeri del fenomeno immigrazione, che cambia ed è in continua evoluzione. L’immigrazione in Italia è minore di altri paesi europei, ma è anche in netta diminuzione. Per affrontare la questione nel modo giusto dovremmo innanzitutto respingere gli alibi forniti consapevolmente dalla classe politica piuttosto che ammettere luoghi comuni e responsabilità aleatorie. Un approccio che può creare le condizioni per una linea critica alle problematiche che l’immigrazione clandestina crea realmente negli strati sociali più deboli e, al contempo, nella formazione di un’identità globalizzata.

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