L’Eritrea che nessuno racconta: intervista a Tsegehans Weldeslassie

L’Eritrea che nessuno racconta: intervista a Tsegehans Weldeslassie

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foto di Alessandro Gianoli Rossetti

La Tv ha un unico canale, mentre la radio ha una sola frequenza. Uno è il partito da votare e il servizio militare è obbligatorio dai 18 ai 40 anni: welcome to Eritrea.

Un territorio del Corno d’Africa designato per la prima volta dal Regno d’Italia nel 1890 durante il periodo coloniale, per poi essere torturato dal sentimento imperialista fascista negli anni ’30 del secolo scorso. Forse questo periodo è ricordato meglio come la guerra in Abissina quando ad Asmara, la capitale dell’Eritrea, Benito Mussolini fece costruire la sua residenza a Harnet Avenue, la via principale, vietando a tutti gli uomini di colore di transitare per quella strada.

Ed ecco che oggi gli eritrei, stremati dalla guerra civile, bussano alla porta del Centro di Accoglienza profughi della Stazione di Centrale di Milano raccontando veramente poco della loro identità, limitandosi a chiedere aiuto e ad eseguire le direttive degli operatori del centro. Ormai gli eritrei rappresentano la maggioranza degli arrivi al centro di accoglienza milanese.

Ma da cosa stanno scappando queste persone? Cosa nascondono quei volti silenziosi che ogni giorno, a centinaia, aspettano il loro turno in fila indiana all’hub in Stazione Centrale a Milano?

Per cercare di conoscere il popolo che oggi ci sta chiedendo aiuto, questa volta vi propongo un’intervista a Tsegehans Weldeslassie, per gli amici Ziggy, un ragazzo eritreo sbarcato a Lampedusa nel 2007.

Questa è la storia di un migrante che non ha avuto paura di lottare per la sua felicità e che oggi, per essere d’aiuto ai suoi connazionali, lavora come mediatore al centro di accoglienza profughi in Stazione Centrale a Milano per il Progetto Arca.

Da quanto tempo sei a Milano?

“Sono arrivato a Milano nel 2008, quindi sei mesi dopo il mio arrivo a Lampedusa. Inizialmente sono stato in Calabria, a Crotone, in un campo profughi per regolarizzare i miei documenti, tuttavia, come la maggior parte dei profughi, non volevo stare in Italia, desideravo raggiungere l’Inghilterra. Così, non appena mi è stato possibile, sono partito per Milano dove ho dormito due mesi sotto i ponti dell’ex stazione di Corso Lodi prima di raccogliere tutto ciò che mi serviva per arrivare a Calais, l’ultimo step prima del grande sogno inglese”.

Cos’è andato storto?

“Sono stato fortunato perché non ho perso la vita nel tentativo di raggiungere il Regno Unito: non è un mistero che a Calais i migranti tentino in tutti i modi di intrufolarsi clandestinamente nei camion che partono dalla Francia per raggiungere l’Inghilterra. Tuttavia, sono stato respinto dalla città di Londra perché avevo già registrato le mie impronte digitali in Italia, quindi sono dovuto tornare”.

foto di Alessandro Gianoli
foto di Alessandro Gianoli

Non ti piaceva l’idea di tornare in Italia?

“Quando scendi da un barcone sei come un bambino che vede tutto quello che ha intorno per la prima volta. Entusiasmo e terrore allo stesso tempo. La paura è quella di perdere del tempo prezioso, di essere imbrogliato e di non riuscire a ricongiungersi con la propria famiglia. Preferivo e preferisco l’Inghilterra perché è un paese molto più organizzato per quanto riguarda i sussidi, inoltre offre più possibilità di lavoro”.

Quindi cosa hai fatto dopo essere stato respinto? L’Italia come ti ha aiutato? 

“Sono tornato a Milano e dopo un anno, passato in diversi centri di accoglienza, sono riuscito ad imparare bene l’italiano così, grazie a uno stage organizzato dal Comune di Milano, ho iniziato a lavorare come receptionist in un hotel”.

Quali sono state le tue maggiori difficoltà sul lavoro?

“Il disprezzo nato da un razzismo ingiustificato. Non mi riferisco ai colleghi o ai titolari, perlopiù ai clienti, a persone che mi scambiavano per un facchino perché non riuscivano a credere che un receptionist potesse avere la pelle scura. In ogni caso alla fine dello stage sono stato assunto e ho iniziato a lavorare di notte come portiere. Con il passare del tempo sono riuscito a dimostrare le mie qualità e, dopo una gavetta di un paio d’anni, sono stato promosso da portiere notturno a capo ricevimento. Attività che svolgo ancora oggi, oltre a quella di mediatore per il Progetto Arca”.

In cosa consiste il tuo lavoro di mediatore?

“Consulenza burocratica. Essendo madrelingua tigrino posso comunicare tranquillamente con tutti gli eritrei che raggiungono l’Hub a Milano, quindi riesco a fornire loro informazioni preziose per le domande di richiesta d’asilo. Anch’io sono arrivato con un barcone della morte e so perfettamente quanto sia complicato ricostruirsi una vita in un nuovo continente che non perde occasione per ricordarti che sei di troppo”.

Quando hai cominciato a lavorare come mediatore in Stazione Centrale?

“Non ho mai ho mai smesso di aiutare e di prendermi cura dei mie connazionali. Prima di lavorare per il Progetto Arca, facevo il volontario a Porta Venezia, un punto di riferimento storico per gli eritrei che raggiungono Milano. Esattamente come, in un primo periodo, il mezzanino all’interno della Stazione Centrale di Milano è stato il punto di riferimento dei siriani. Anche a Porta Venezia il mio compito era quello di fornire assistenza burocratica e il Progetto Arca mi ha cercato in quanto madrelingua tigrino”.

Da cosa stanno scappando gli eritrei?

“Per capire cosa sta succedendo in Eritrea possiamo partire dal 1952 quando, per ordine dell’ONU, è stata istituita la federazione di Etiopia e Eritrea. Dieci anni dopo però, l’Etiopia annette l’Eritrea, mossa politica che aumentò la tensione tra i due Stati e diede inizio a una sanguinosa guerra d’Indipendenza, una guerra civile tra etiopi e eritrei. Nel 1997 l’Eritrea ha conosciuto un governo di transizioni presieduto da Isaias Afewerki, il leader della guerra d’indipendenza, come Che Guevara per Cuba. In quel periodo, per la prima volta, si respirava aria di democrazia”.

Ma Isaias Afewerki è il vostro attuale Dittatore: quindi il progetto di uno Stato Democratico non è andato a buon fine… 

“Come in tutte le grandi rivoluzioni c’è sempre qualcosa che va storto. Nel 1997 viene emanata la prima Costituzione che prevedeva per la prima volta le elezioni democratiche (1998), ma tutto ciò fu solo una breve illusione di libertà d’espressione apparsa come un lampo nei cuori di ogni eritreo. Con l’imminente scoppio della seconda guerra civile tra Etiopia e Eritrea, infatti, non c’è stato più tempo per pensare alle elezioni, così Isaias Afewerki, senza perdere tempo, ha costituito un potere oligarchico. Come dire: ora non c’è solo un partito, ma un partito d’élite nel partito”.

Quindi addio Democrazia?

“Sì. Solo nel 1993 è arrivata un’altra breve ventata di libertà grazie al Referendum con il quale il 99,805% degli eritrei ha votato per l’indipendenza dall’Etiopia. Il problema è che la tensione tra Eritrea ed Etiopia non è mai finita, e i continui scontri hanno permesso a Isaias Afwerki di instaurare un servizio militare obbligatorio, sia per i maschi che per le femmine, per un periodo che va dai 18 ai 40 anni”.

 

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