La favola della lotta all’evasione fiscale

La favola della lotta all’evasione fiscale

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Sentiamo spesso che la nostra amministrazione finanziaria ha raggiunto strabilianti risultati nella lotta all’evasione. A tale riguardo, il Direttore generale Rossella Orlandi ha annunciato che nel 2014 è stato realizzato un recupero di 14,2 miliardi, i.e. il 220% rispetto ai 4,4 miliardi del 2006, anno in cui è stato inaugurato il sistema di misurazione basato sugli incassi.

Nasce il sospetto però che raramente le attività di recupero siano rivolte a quelle categorie di evasori patologici, ma che in realtà colpiscano Contribuenti onesti, che pur di non affrontare un lungo e costoso contenzioso decidono di mediare, i.e. di trovare un accordo.

Ciò che vi racconterò di seguito coinvolge molteplici attori, dalle multinazionali ai tassisti: è un vero e proprio business dove guadagnano consulenti, autorità fiscali (che percepisco cospicui bonus), nonché i professionisti del settore che difendo il cliente e contemporaneamente ammiccano ai verificatori.

Ipotizziamo che siete dei tassisti e che siate sottoposti a un controllo di routine. La vostra dichiarazione è opportunamente predisposta e tutto sembra essere in regola. A questo punto un verificatore fiscale vi chiede di potere controllare il numero di revisioni (ebbene si!) e da li emerge che avete fatto ben 4 cambi dell’olio in un anno. Vi chiederete cosa rileva ai fini fiscali (assolutamente nulla) invece, secondo il nostro Stato, è possibile dedurre sulle base del numero di cambi olio, che il reddito dichiarato dal nostro povero tassista non è congruo.

Badate bene che non importa qualunque motivazione logica possiate fornire (e.g. uso la macchina anche per fini personali, oppure che essendo un tassista il vostro veicolo si consuma di più), un rilievo emergerà comunque. L’Ufficio consapevole che la propria metodologia non è così forte per un contenzioso, aiutata spesso dai consulenti della parte che premono per un accordo, propone una mediazione allettante per il tassista (ad esempio, invece di pagarmi i 100.000 Euro che ti ho accertato, se aderisci, ne bastano 20.000).

Così il nostro “evasore” accetta di pagare per la paura di un lungo processo e soprattutto per evitare il ricatto di elevate sanzioni, costi alti per parcelle e soprattutto il blocco del mezzo.

Signore e signori, se questa cosa la facesse un soggetto terzo si chiamerebbe estorsione, ma siccome lo fa lo Stato risulta accettabile anzi addirittura degna di encomio sui giornali (Cfr. Cass. Pen., Sez. II, 29.11/17.12.2012 n° 48733: “Integra gli estremi del reato di estorsione, e non quello di truffa, la minaccia di prospettare azioni giudiziarie (nella specie decreti ingiuntivi e pignoramenti) al fine di ottenere somme di denaro non dovute o manifestamente sproporzionate rispetto a quelle dovute e l’agente ne sia consapevole, atteso che la pretestuosità della richiesta va ritenuta un male ingiusto”).

Ma i nostri presunti evasori sarebbero anche le Multinazionali, quelle che preferiscono non investire per situazioni simili a quelle di cui sopra, che rappresentano un boccone molto più appetibile per lo Stato. La materia più remunerativa in tal senso è senza dubbio il transfer pricing (di cui all’art. 110 comma 7 Tuir).

Per contestualizzare, le multinazionali pongono in essere operazioni infragruppo che per essere fiscalmente lecite devono essere determinati a valore normale, sulla base di determinate metodologie definite dall’OCSE nelle “Transfer Pricing Guidelines for Multinational Enterprises and Tax Administrations”

Cosa fa la nostra amministrazione finanziaria? Non offre assistenza come negli altri Paesi, ma contesta tutte le metodologie (complesse e specifiche per ogni tipo di business) di determinazione dei prezzi di trasferimento posti dalle multinazionali, utilizzando spesso approcci semplicistici e scorretti, forte dell’assenza di specifiche norme (che lo Stato stesso dovrebbe porre in essere), le quali, in linea generale sono accettate da tutti gli altri Stati, ma che solo in Italia sono degne di grandi sospetti.

A questo punto le multinazionali vengono anche loro ricattate, con le stesse modalità di cui sopra e senza ragionevoli motivi e presupposti per ipotizzare alcun intento elusivo (anche in presenza di stessa aliquota fiscale): puoi pagare il 20% ora oppure rischiare, andare in contro a sanzioni penali, nonché all’alea del giudizio.

Alcuni pagano, altri vanno via e altri ancora preferiscono il contenzioso e spesso vincono.

Ecco cosa fa lo Stato in Italia, rende complesse e ambigue le norme, ne approfitta e poi costringe i propri “sudditi” a pagare un pizzo altrimenti ti distrugge.

 

 

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