Immigrato nero, prima che umano

Immigrato nero, prima che umano

by -
0 1116
fonte: Jeroen Oosterhof

La profondità del mare restituisce il dramma dei nostri giorni. Le persone che fuggono dai loro paesi per guerre e fame, trovano la morte nel Mar Mediterraneo senza soluzione di continuità.

In Italia, oltre alle polemiche politiche (Salvini-Boldrini / Salvini-Renzi) si registra un cambiamento di linguaggio per definire il “migrante”. In tal senso, in un articolo su Vanity Fair, Davide Allegranti ha provato a richiamare l’attenzione:

“Iniziamo a chiamarle persone”.

Nelle stesse ore però, si sono registrati alcuni eventi che sono andati nella direzione opposta al tentativo di umanizzare la fuga verso la vita.

La prima riguarda il chitarrista dei Nobraino: Nestor Fabbri.

“Avviso ai pescatori – si legge in un post su Facebook del 19 aprile – Stanno abbondantemente pasturando il Canale di Sicilia, si prevede che quelle acque saranno molto pescose questa estate”.

Queste parole le avevo sentite qualche ora prima in un locale della Valdichiana aretina. Un vecchietto dalla lingua veloce aveva pronunciato una battuta simile.

“Quest’anno – ha affermato l’aziano – il pesce non lo mangio: è troppo nero”.

Quanti sono i livelli di questa vicenda? La scomparsa di centinaia di persone; l’incapacità di chiamarle tali; la facile ironia; la polemica politica nazionale; la conflittualità; le apparizioni televisive di Salvini; le lacrime della Boldrini. Insomma: fatemi scendere!

Ciò che emerge e fa più male, è l’appiattimento di tutti questi livelli in un unico terreno di scontro, un grande calderone dove è impossibile discernere su quanto accade: il chitarrista dei Nobraino poteva essere il vecchietto del bar. E viceversa. No!?

E poi ci sono i ragazzi che incamerano svariate e drammatiche notizie, con un’accessibilità infinitamente superiore a dieci anni fa e per di più senza una mediazione, una specie di sonda che misura e avvisa chi di dovere sulle cazzate che si sentono in giro (e per quello che mi riguarda sarebbe la scoperta del secolo).

Dicevo: i ragazzi. Qualche giorno fa, passeggiando per i giardini comunali di Arezzo, ho incontrato tre adolescenti che coloravano un disegno. Al mio passaggio, il più piccolo, avrà avuto una decina di anni, chiede il pennarello nero senza alzare nemmeno lo sguardo da quanto era impegnato a colorare. Il biondino davanti a lui non ci pensa due volte e gli dice: “Utilizza Abdel, no?”. Quest’ultimo – un paffuto bambino di colore – ha sollevato lo sguardo per guardarli: attonito, indeciso, pensieroso. Solo allora si sono accorti della mia presenza e senza tanto scomporsi hanno ricominciato a colorare.

In tutta questa vicenda – chi provoca; chi fa una battuta per far ridere gli altri; chi dice una frase come fosse un adulto ma ha solo 10 anni – si trovano solo riferimenti alle cose e agli animali per definire tutti gli esseri umani che scappano dalle loro terre. Non è per tutti così, d’accordo, ma se il linguaggio accomuna generazioni così diverse, con ambiti e prospettive diametralmente opposte, allora il problema è serio.

“Salviamo i bambini! Salviamo i bambini!” – urla la moglie bacchettona del reverendo Lovejoy alla marea di gente che si muove senza meta e senza guida (Simpson)

Salviamoli noi. Ma salviamoli tutti.

 

 

NESSUN COMMENTO

Lascia una risposta