Profughi a Milano: il senso della solidarietà

Profughi a Milano: il senso della solidarietà

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foto di Alessandro Gianoli

Sono le tre di un afoso pomeriggio di fine giugno a Milano. Percorro gli ultimi metri per raggiungere il centro di prima accoglienza profughi in Stazione Centrale, divenuta in poco tempo l’ombelico italiano in fatto di emergenza profughi, come abbiamo avuto modo di affrontare nel primo articolo del Diario di una volontaria alla Stazione Centrale di Milano.

Appena supero i taxi parcheggiati al lato della stazione, individuo la fila dei migranti che, dalla reception del punto di accettazione del centro di accoglienza, arriva fino alla strada contrastando di netto la coda delle persone che con trolley colorati aspettano il loro turno per salire sui pullman diretti agli aeroporti milanesi.

foto di Alessandro Gianoli
foto di Alessandro Gianoli

Prima di raggiungere la mia meta, mi fermo un attimo per aspirare gli ultimi due tiri di una sigaretta che mi pento di aver acceso a causa della frenesia con la quale la sto consumando. Espiro l’ultima boccata di fumo, anche se vorrei evitare di farlo, incrocio gli sguardi dei migranti in coda assistiti dai volontari dell’associazione SOS ERM i quali si preoccupano di distribuire acqua e qualcosa da mangiare. Mi sforzo a guardare qualcos’altro, ma non riesco.

Gli occhi dei rifugiati di guerra, infossati in volti ustionati dal sole, penetrano nella mia anima smorzandomi il respiro e impedendomi di guardare altrove. Non so con quale forza accenno a un sorriso, tuttavia mi commuovo quando mi accorgo che con altrettanta timidezza mi viene ricambiato da volti scavati dalla fatica di un viaggio infernale.

Sono proprio questi momenti che mi ricordano il valore della solidarietà: evitare al prossimo di avere paura.

La fila è composta da soli uomini di età compresa tra i 20 e i 50 anni, perché le donne e i bambini hanno la precedenza, pertanto appena arrivano, prima di essere trasferiti negli appositi centri, vengono subito affidati a noi operatori dell’associazione l’Albero della Vita. Chi rimane fuori ad aspettare sa che deve portare pazienza e attendere il proprio turno per la registrazione necessaria all’accesso agli altri centri in possesso di docce, mense e posti letto.

L’associazione che si preoccupa di questo passaggio è il Progetto Arca che ogni pomeriggio mantiene vivo questo servizio grazie a dei piccoli pullman. I mediatori ripetono in arabo, ogni volta che è necessario, l’iter di accettazione e invitano i migranti, dopo aver preso un numero sequenziale, ad aspettare di essere chiamati in una sala d’attesa sempre all’interno del centro improvvisato in Stazione Centrale. Ma i pullam sono così piccoli, mentre le persone che hanno bisogno di un posto dove stare sono sempre di più. La domanda che terrorizza tutti è sempre la stessa: ci sarà posto per tutti?

Neanche il tempo di pensarlo che mi accorgo che davanti all’ingresso si è concentrata parecchia gente. Nella confusione incrocio lo sguardo di un operatore del Progetto Arca che, capendo la mia difficoltà a passare, mi fa spazio così in pochi secondi riesco a sgattaiolare nell’area bambini dove trovo sei donne siriane sedute su delle piccole sedie di legno verde. Tre di loro indossano delle tuniche nere fino a piedi, mentre le altre vestono con jeans e delle magliette di cotone a manica lunga. Tutte hanno dei veli colorati tranne una ragazza, di circa vent’anni, intenta a trovare un posto per ricaricare il suo iphone. Appena mi vede si avvicina per chiedermi aiuto. Parla in inglese e riesco subito ad indicarle dove trovare le prese di corrente poi, a catena, anche le altre donne la seguono facendo la stessa cosa. Le osservo e mi accorgo che anche i loro volti sono ustionati dal sole, indossano delle ballerine bucate o delle infradito e i loro vestiti emanano un forte odoro di salsedine misto a sudore.

Mi chiedo per quanto tempo sarà durato il loro viaggio in mare, ma non c’è tempo per pensare adesso e neanche di porsi domande di questo tipo. Sono tante le cose da fare e in primis bisogna pensare ai loro bambini che nel frattempo, con movimenti molto lenti, hanno iniziato a giocare con la mia responsabile, una ragazza egiziana. Anche i piccoli hanno la pelle bruciata dal sole e i colletti dei loro vestiti sono nerissimi di sporco come le mani e i piedi molto spesso privi di scarpe. Hanno un’età compresa tra uno e sei anni e ogni volta mi viene la pelle d’oca quando si avvicinano e iniziano a mormorarmi richieste in arabo ignorando il fatto che si trovano in Italia e che non tutti sono in grado di capire la loro lingua. Forse non realizzano che sono lontani dalla loro terra, dalla loro cultura, dalle loro case distrutte dalle bombe, da un mondo che molto probabilmente non rivedranno mai più.

Cerco di allontanare tutti questi pensieri tristi iniziando a giocare con loro e come prima cosa tiro fuori due pacchi di pennarelli colorati e dei fogli bianchi: la mia tattica preferita per distrarli e avere il tempo di andare in magazzino a fare il carico di merendine. Ma questa volta vengo interrotta dalla voce tremante della mia responsabile: “Veronica, preparati: sono in arrivo sessanta persone di cui altri venti bambini. Pronta?”

to be continued...

 

 

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