Il Fondo Italiano di Investimento

Il Fondo Italiano di Investimento

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Nei miei precedenti articoli sull’iniziativa del Governo Renzi di rilanciare gli investimenti nelle imprese italiane e sull’approfondimento del funzionamento dei Private Equity e del loro ruolo nell’economia, sono state messe le basi per poter iniziare ad analizzare il ruolo e le funzioni fino ad oggi svolte, e soprattutto il ruolo prossimo venturo, del sistema “Cassa Depositi e Prestiti” (CDP) e nello specifico di “Fondo Italiano di Investimento” (FII).

Io ritengo che la via delineata dal Governo Renzi con il suo progetto di investimenti massicci veicolati da questi due enti (de facto) statali sia potenzialmente dannoso per il paese e non centra il problema dei bassi investimenti in innovazione in Italia. Proverò brevemente a identificare i due principali punti di critica.

In primo luogo dobbiamo approfondire l’attività del sistema CDP e delle criticità ad esso associate.

1. I soldi utilizzati sono risorse raccolte dal deposito postale e sono garantite dallo Stato, ergo qualsiasi “errore” nella politica di investimento di questi “enti para-statali” avrà delle ripercussioni dirette sulla fiscalità generale;

2. Essendo risorse pubbliche di fatto, ed ingenti, le procedure di controllo per evitare abusi e trasferimenti ad amici devono essere molto rafforzate e estremamente trasparenti. Questo tema è ancora più rilevante data la “stringente” (virgolettato d’obbligo viste le innumerevoli scappatoie trovate dal nostro paese) normativa europea contro gli aiuti di stato, che costringe i nostri governanti ad impiegare sempre più metodologie non ortodosse[1].

L’utilizzo di Cassa Depositi e Prestiti, ormai il Deus Ex Machina per ogni problema, piace molto al Governo Renzi perché secondo le norme europee non è incluso nel perimetro pubblico, quindi i debiti e le operazioni da esso generate non sono considerate nel grande calderone del debito pubblico italiano. Questo, però, non deve farci dormire sonni tranquilli (sempre che con un rapporto Debito/PIL a nord del 130% possa esserlo), infatti, come spiegavo prima, qualsiasi shortfall[2] sarebbe potenzialmente catastrofico.

Nello specifico l’attività di FII, sebbene sia strutturata secondo schemi tipici di mercato, è controllato direttamente da apparati dello Stato, pertanto la propria attività non può essere interamente definita come indipendente. L’attività del fondo si è concentra per lo più nel selezionare società italiane che necessitano di investimenti per rilanciare il proprio brand a livello internazionale e per farlo acquistano, prevalentemente, pacchetti azionari di minoranza istaurando un rapporto di fiducia con l’imprenditore.

Data la complessità delle operazioni sono spesso coinvolte molte controparti[3] e il numero di operazioni che in un anno possono essere seguite dipende molto anche dal personale del fondo stesso. Ad oggi il fondo ha avuto in portafoglio 33 società [4](di cui 5 disinvestite), numeri che nel contesto italiano rendono FII uno, se non il primo, dei fondi di private equity in italia.

Analizzando la relazione semestrale di FII risulta evidente come il Fondo abbia investito solo metà della sua dotazione iniziale (1,2€ miliardi). Ad oggi, FII con i sui 54 professionisti (di cui 24 front office[5]) è concentrata prevalentemente nella gestione del proprio portfolio e all’identificazione (auspicabilmente) delle opportunità di uscita, ricordiamo che essendo un fondo l’investimento ha un orizzonte temporale predefinito, nella fattispecie il 2021 estendibile per ulteriori 4 anni.

Dico tutto questo per mettere in evidenza, come l’attività di private equity sia molto complessa e richieda tempo e risorse umane altamente qualificate. L’esperienza di FII è sicuramente da definirsi di successo nel contesto italiano[6], ma non è un’attività scalabile, infatti aumentare la dotazione del fondo non dà alcuna garanzia sulla sua diretta trasposizione in un equivalente numero di successi. L’esperienza insegna che sovrainvestire produce distorsioni e inficia la capacità di discernimento degli operatori tra buoni e cattivi investimenti, avendo, per l’appunto, la pressante esigenza di investire una mole insostenibile di risorse su un mercato limitato[7].

Se nei primi 5 anni di attività (di regola tempo massimo a disposizione di un fondo per investire la propria dotazione) FII non è riuscita ad investire interamente i suoi 1,2€ miliardi di euro di commitment iniziale, come si può sperare (in breve termine) di mettere in campo una mostruosità di risorse come quelle prospettate dal Governo Renzi (€ 160 miliardi)?

Passiamo alla seconda critica. FII e CDP hanno criteri di investimento ben definiti: società consolidate con una forte presenza anche sui mercati internazionali con fatturati mediamente superiori ai 100€ milioni, diciamo non proprio delle start up. Sebbene sia un bene che queste imprese siano aiutate nel loro processo di crescita e rafforzamento, sul mercato esistono già centinaia di altri operatori privati dotati di competenze e risorse anche superiori a quelle fino ad oggi schierate dal nostro Stato.

L’Italia ha bisogno di rinvigorire il fenomeno del venture capital, fatto da privati facoltosi o società specializzate, dediti alla trasformazione delle idee in realtà. Questi investimenti non richiedono miliardi o milioni di euro, ma cercano partner che diano fiducia e che guidino questi giovani imprenditori nei loro primi anni di attività. Positive in questo ambito sono la nascita di società definite “incubatori” nelle quali imprenditori e professionalità (know how manageriale e di settore) convivono sostenendosi le une con le altre.

Riassumendo “dare” risorse ad un sistema economico non è un’attività che può essere svolta direttamente da uno Stato, troppo distorsiva, rischiosa e difficilmente controllabile in tutti i suoi possibili rivoli. Compito dello Stato deve essere quello di creare i presupposti migliori sia per un investitore e soprattutto a chi vuole fare impresa.

 

 

[1] [La nuova IRI]

[2] Termine tecnico che indica situazioni di crisi, il cui deteriorarsi porta appunto ad un effetto cascata il cui epilogo, solitamente, è il fallimento di tutto il sistema e non di una sua sola parte.

[3] Un processo di M&A (fusioni ed acquisizione) coinvolge oltre agli attori principali (compratore e venditore) anche un numero variabile di consulenti che assistono le parti nel processo di Due Dilligence, cioè all’attività di controllo e verifica della parte finanziaria e legale dell’operazione.

[4] La nostra analisi è limitata ai soli investimenti diretti, cioè partecipazioni detenute direttamente da FII. Ad oggi il fondo è molto attivo anche nel comprato “fondo di fondi”, con 20 partecipazioni in altri fondi (rinvio a un mio precedente articolo “Shadow banking”, in cui approfondisco alcune di queste partecipazioni).

[5] Termine con cui ci si riferisce ai dipendenti che svolgono all’attività centrale del fondo. Le altre funzioni, definite back office, forniscono il loro supporto nell’ordinaria amministrazione della società.

[6] I 5 disinvestimenti hanno mediamente prodotto un cash multiple (definito come rapporto tra valore incassato e costo dell’investimento) superiore a 1.5x, tipicamente identificato come threshold per un buon rendimento.

[7] Per fare un’analogia, è come nel caso degli investimenti subprime in mutui ipotecari nel mercato americano. Prima della crisi, infatti, l’appetito degli investitori per questa categoria di prodotto finanziario era diventata talmente elevata da costringere le banche d’affari ad includere nei loro criteri di scelta clienti via via sempre peggiori per merito di credito.

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