Il calo della disoccupazione in Italia: una vittoria di Pirro

Il calo della disoccupazione in Italia: una vittoria di Pirro

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Il Sole 24 ore del 30 gennaio 2015, come molte testate giornalistiche, riportava i dati sulla disoccupazione in Italia; in tale contesto, il giornalista entusiasta scriveva:

“Segnali positivi per la disoccupazione in Italia soprattutto tra i giovani: a dicembre 2014, il tasso rilevato dall’Istat tra i 15-24enni si attesta al 42%, il valore più basso da dicembre 2013. Una riduzione su base mensile particolarmente rilevante, pari a un punto percentuale: a novembre era infatti al 43 per cento. Sempre a dicembre, il tasso principale di disoccupazione è sceso al 12,9%, 0,4 punti percentuali in meno, in termini congiunturali, rispetto a novembre. Rispetto a un anno prima il tasso di disoccupazione è in aumento di 0,3 punti percentuali”.

Inizialmente, quando mi è stato proposto di scrivere il presente articolo avevo intenzione di “spaccare” il dato macroeconomico, cercando di comprendere se la variazione fosse di lungo o di breve periodo, derivasse da un andamento dei prezzi delle materie prime e/o da chissà quali politiche sociali implementate dal nostro governo. Poi ho compreso che sarebbe stato inutile in quanto, considerare un segnale positivo il 42% della disoccupazione giovanile e il 12,9% aggregato, equivale, in ambito medico, al riflesso incondizionato di un paziente in coma.

Per dare una misura dei dati di cui sopra, si consideri che il tasso di disoccupazione in Italia è tra i peggiori dei Paesi OCSE, migliore solamente della Grecia, del Portogallo, della Spagna e della Repubblica Slovacca.

Il dato che rende più chiara la grave situazione economica del nostro Paese è quello sull’occupazione giovanile (i.e. soggetti tra i 15 e 24 anni), vale a dire impegnati in attività lavorativa o, si badi bene, anche studenti. Ebbene l’Italia, con il suo 43%, si posiziona, ovviamente, dietro i maggiori Paesi avanzati, ma soprattutto, a titolo esemplificativo, dietro a Turchia, Repubblica Slovacca, ma anche Romania e Messico. Per essere più espliciti, il nostro tasso di disoccupazione giovanile è paragonabile a quello del Sud Africa, Grecia, Cipro e Macedonia (fonte OCSE). Il significato di questo dato è molto semplice, l’Italia ha ancora un tasso di disoccupazione aggregato accettabile solo perché esistono ancora categorie iper-tutelate che ormai sono in sostanziale smaltimento (e.g. dipendenti pubblici, impiegati di banca), il che si traduce in un sistema di privilegi a scapito, e soprattutto pagato, dalle nuove generazioni. I dati di cui sopra spiegano perché l’INPS (il nostro ente pensionistico) è in sostanziale fallimento; infatti, le pensioni di oggi non si pagano con i contributi versati dal lavoratore (come sarebbe logico), bensì con quelli versati dalla nuova forza lavoro. Pertanto, in tale contesto, risulta insostenibile pagare pensioni che in molti casi sono molto più alte del monte contributivo effettivamente versato  nel contesto di disoccupazione attuale. Il risultato per i nostri giovani è povertà oggi e assenza di welfare domani.

Se poi si vuole gioire della riduzione dello 0,4% lo si faccia pure, d’altronde “Chi vuol esser lieto, sia: di doman non v’è certezza”.

 

 

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