Intervista a Licio Gelli

Intervista a Licio Gelli

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Un giovedì di dicembre di qualche anno fa, riuscì, nel modo più semplice che si possa pensare, a ottenere un appuntamento con Licio Gelli.

Ero mosso dall’invincibile curiosità di conoscere uno degli uomini che più avevano non solo influenzato, ma anche determinato, la politica italiana, e per certi versi pure quella mondiale. Così andai da lui, con un obiettivo molto facile: non parlare di politica.

Alle 16, con un appuntamento, mi si aprirono i cancelli di Villa Wanda, ed ecco che mi ritrovai di fronte un mondo isolato, grandissimo.

Magari c’è chi può pensare che alla guardia di quella villa ci fosse un cane grande, spaventoso e rabbioso, degno dell’immagine che quel posto ha. In realtà, c’era solo una specie di barboncino, che comunque mi abbaiava nervosamente contro.

Io mi diressi verso una delle tante porte, fino a che non trovai una signora che mi venne incontro, e mi fece un cenno per seguirla, e mi fece accomodare in una stanza, dove avrei atteso per 15-20 minuti.
Su una parete c’erano due quadri: uno che raffigurava lui, l’altro la sua signora, sua amata moglie defunta. Io aspettavo, cercando di fare meno caso possibile ai rumori oltre la camera. Poi, finalmente, si aprì quella porta.

Istintivamente mi alzai dalla poltrona e diedi la mano al proprietario di quel mondo isolato. Ingobbito, col bastone (era caduto dalle scale due mesi prima) e con la febbre.

“Mi dica” – mi chiese una volta accomodato sulla poltrona.
Gli dissi che ero lì per conoscere quali fossero i suoi segreti per scrivere bene.

“Io a 20 anni –mi rispose – di ritorno dalla guerra civile spagnola, scrissi il mio primo libro: una raccolta di pensieri, come un diario. Ero andato in Spagna, che là c’era mio fratello, che poi c’è morto, in guerra”.

Io avevo stampato 4-5 mie poesie, e in quel momento decisi di fargliene leggere una. Le avevo piegate e messe in tasca. Ne pescai una, senza sapere quale fosse gliela passai. Lui la lesse, attentamente, fino alla fine.

“La poesia è come un breve romanzo, dovrebbe, perciò, contenere 35 versi. Si legge che ha una buona stoffa”.

Poi continuò: “La notte, prima di andare a letto, scriva perché la mattina successiva non ne avrebbe memoria! Il mondo oggi è privo di valori, di ideali… Quando io ero giovane, si moriva per gli ideali! Che ti posso dire, io ormai sono alla fine, ho vissuto… Ero portato per l’italiano (per la matematica no, quella…), facevo i temi anche ai miei compagni: dopo aver scritto il mio, uscivo con la scusa di andare al bagno, e lasciavo il tema sulla “spazzola” della scopa… ero veloce, scrivevo veloce! Una volta le poesie si facevano imparare a memoria o, addirittura, comporre… E questo era di una fondamentale importanza. Oggi… Oggi la televisione ha tolto la “parola”, non si impara più…” [a un certo punto, ammette l’astuzia di chi ha inventato il pc: «Io il pc non lo so né accendere né spegnere.. Credo che chi abbia inventato il computer debba aver avuto 7 cervelli… Ecco, io gli fucilerei!»]

“Prenda il termine ‘cellulare’, ogg ha un significato che non è coerente con l’oggetto che noi intendiamo. Provi a cercare nella Treccani, forse la migliore, o nei vocabolari: ‘cellulare’ era la carrozza con cui si trasferivano i detenuti. Quello che si usa per chiamare, mandare messaggi, è il ‘portatile’. Io scrissi questa confutazione al Corriere della Sera, ma non la presero sul serio… Va beh».

Mi faccio avanti: “Secondo Lei, si risolverà mai questa situazione? Si tornerà a seguire i valori e gli ideali?”
Lui ci pensò un attimo e poi disse: «Forse sì, ma ci vorrà molto tempo… Servirà un processo molto lungo».

E la Poesia? La Poesia, ancora oggi, ha valore? – fu la mia ultima domanda.
“Altroché!”. Con tono più che convinto, mi rispose.

Se Licio Gelli fosse stata solo un poeta, avrebbe vinto il Premio Nobel per la letteratura (e tra i suoi numerosi sponsor spiccano Madre Teresa di Calcutta, proponente in quanto premiata a sua volta con il Nobel per la pace nel ‘ 79, e Nagib Mahfuz, il celebre scrittore egiziano vincitore del Nobel per la letteratura nell’ 88; questi particolari sono documentati nelle carte donate dal capo della loggia massonica P2 all’Archivio di Stato di Pistoia).

Come canta De Gregori: “I poeti che brutte creature, ogni volta che parlano è una truffa”.

 

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