Emergenza Profughi Milano: migranti, chi?

Emergenza Profughi Milano: migranti, chi?

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foto: Veronica Miranda Pennati

Altro giro, altra hub, ancora più grande e più adatta a prestarsi come centro di accoglienza profughi.

Lavoriamo sempre in Stazione Centrale, ma questa volta ci troviamo nell’area ristoro che, fino a qualche anno fa, era riservata ai ferrovieri. Luogo dimenticato dopo il restauro della Stazione Centrale di Milano, ma riutilizzato in occasione di questa emergenza. Ampio, ricco di stanze, insomma perfetto per l’organizzazione dei trasferimenti dei migranti, anche se meno visibile rispetto ai tre spazi precedenti.

Giusto per chi ha perso il filo, ricordo che da dentro la stazione (al mezzanino) ci siamo trasferiti in un primo momento nell’atrio all’entrata, per poi passare al lato della stazione e infine nel retro dell’edificio. Il rischio di allontanarsi dai binari è quello di dare vantaggio ai trafficanti di terra, mi riferisco a criminali che fingono di offrire aiuto ai migranti in cambio di soldi, quando in realtà scappano con il bottino senza mantenere la promessa di soccorso. Ecco perché molto spesso noi operatori delle onlus ci aggiriamo per la stazione o per i giardini davanti l’ingresso principale (vedi foto di copertina uscita del 02\08) alla ricerca di profughi smarriti.

Senza soffermarci sulle caratteristiche delle nuova hub, però, in questa uscita volevo proporre un percorso di identikit dei migranti poiché, forse, scrivere che sono persone non basta più. Si può andare oltre, ad esempio: che tipo di persone sono alla fine? Siamo sicuri di conoscere la loro cultura e i motivi della loro fuga? Cosa pensano di tutta questa situazione?

Faccio le stesse domande a R., un adolescente siriano di 13 anni, che raggiunge l’hub una domenica pomeriggio con la sua famiglia: mamma, papà e fratellino di sei anni. Dopo qualche incertezza, il piccolo siriano trova il coraggio di entrare nell’area giochi lasciando la sua famiglia nell’atrio ad aspettare il turno di trasferimento al centro dove poter passare la notte. Gioca con qualche puzzle, ma non presta attenzione a quello che fa. Si annoia, forse è un po’ grandicello per giocare. Tuttavia non si lamenta, rimane seduto in un angolo osservando tutto quello che ha attorno mentre si tormenta la pelle morbida prima del suo gomito destro e poi di quello sinistro. Ha la faccia paffuttella e spelata da una brutta scottatura, l’espressione molto triste, ma che tradisce uno sguardo dall’aria simpatica.

Mi avvicino, propongo un libro da colorare, ma la mia idea viene rifiutata anche se con un grande sorriso. Il mio responsabile egiziano, vedendomi in difficoltà, si avvicina al ragazzo e inizia a parlarci in arabo traducendomi in italiano il loro discorso e, come per magia, gli occhi del giovane migrante tornano a brillare. Forse voleva solo sfogarsi e svuotarsi di orribili ricordi. Ci dice di essersi imbarcato sul barcone che si è rovesciato al largo delle coste della Libia il 5 agosto. Chiedo dettagli sulla dinamica della tragedia e R. mi risponde che si sono spostati contemporaneamente tutti dalla stessa parte così la barca si è sbilanciata e di conseguenza si è ribaltata. Lui non sapeva nuotare, ma per istinto muoveva braccia e gambe sempre più veloce. Ce l’ha fatta, ma ha dovuto galleggiare per due ore su un tappeto di cadaveri, mentre piangendo cercava la sua famiglia che ha trovato solo a bordo di una flotta irlandese e portati a Lampedusa. Poi di corsa a Milano per comprare i biglietti con destinazione il nord Europa. Con il cuore pesante gli accarezzo il viso paffuttello e i suoi occhi lucidi mi fanno capire che non ha più voglia di parlare del suo viaggio della speranza.

R. è uno dei tanti migranti siriani che scappa dalla violenza della dittature di Bashar Al-Assad e del fondamentalismo dell’esercito dello Stato Islamico. Vorrei partire da questa drammatica storia per cercare di far luce sull’ostacolo più grande in riferimento al problema dell’immigrazione, ovvero: Islam non vuol dire Isis. Mi spiego meglio: Il terrorismo è una minaccia anche per gli arabi che non confondono il fanatismo con la fede. Vediamo i migranti come una minaccia, un’invasione, senza pensare che i profughi arabi scappano da un nemico che sta minacciando il mondo intero, non solo l’occidente.

Il Corano è senza dubbio anche un testo giuridico, tuttavia la cultura islamica è molto diversa dal credo dei fondamentalisti dell’Isis. Il più delle volte si ha paura di ciò che non si conosce, per questo, nel corso delle prossime uscite, cercherò di dare una forma e un colore allo stereotipo dei migranti aiutandomi con le storie dei profughi e le considerazioni di chi vive l’emergenza in presa diretta. Per cominciare propongo un breve video con Seifuddin Abouabid, un ragazzo musulmano che ha raggiunto la nostra penisola dal Marocco quando era molto piccolo, cresciuto italiano, ma senza rinunciare alla sua cultura islamica.

Questo perché il principio è sempre lo stesso: fare bene e del bene, al punto che oggi è una pedina importante del Progetto Arca, una delle onlus che in questo momento sta gestendo l’emergenza Stazione Centrale.

 

 

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