Diario di una volontaria della Stazione Centrale di Milano

Diario di una volontaria della Stazione Centrale di Milano

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foto: Alessandro Gianoli

In quest’ultimo periodo la Stazione Centrale di Milano è stata al centro dei dibattiti generati da un’opinione pubblica sempre più preoccupata dell’incessante immigrazione proveniente dalle sponde del Mediterraneo. In particolare, l’attenzione è stata rivolta al mezzanino: il luogo ubicato tra il primo e il piano terra della stazione milanese, che da qualche anno è diventato, quasi in maniera spontanea, il punto di ritrovo di numerosi profughi che arrivano nel capoluogo lombardo con lo scopo di raggiungere il Nord Europa.

foto: Alessandro Gianoli
foto: Alessandro Gianoli

Il più delle volte però, la necessità dei media di rendere notiziabile il fenomeno immigrazione ha creato un assist perfetto a chi trae vantaggio dalla politica del terrore. Mi riferisco, ad esempio, ad articoli e servizi televisivi in cui la scabbia sembra essere stata confusa con la peste, lasciando lontano dalla luce dei riflettori la speranza di una possibile soluzione tenuta viva da numerosi volontari che giorno dopo giorno si sono recati al mezzanino per accogliere i profughi con i beni di prima necessità.

Tra questi volontari ci sono anch’io e non posso e non devo negare che durante la seconda settimana di giugno il mezzanino è stato chiuso per questioni di ordine pubblico, ma la solidarietà non si è di certo fermata: ci siamo solo spostati in appositi spazi messi a disposizione dal Comune di Milano decisamente più consoni al nostro operato.

Ora si che si fa sul serio: abbiamo una reception, fondamentale per il trasferimento nei centri di accoglienza, uno spazio per far giocare i bambini, dei bagni e delle stanze da utilizzare come magazzino. Sarei bugiarda se non dicessi che la disperazione affatica i nostri respiri durante le giornate passate tra quelle mura, ma allo tempo mentirei se non dicessi che i miei occhi vedono una Milano che non si arrende mai, un’Italia che nonostante il forte sentimento xenofobo in continua crescita riesce ancora a collaborare senza alzare muri discriminatori.

Non a caso martedì 23 giugno l’Assessore alla Sicurezza del Comune di Milano, Marco Granelli, ha raccontato al Parlamento europeo, alla Commissione libertà civili, giustizia e affari interni, come il capoluogo milanese sta gestendo l’arrivo di circa 65 mila profughi.

Ma qual è la via di uscita per questa emergenza? La missione navale europea EuNavFor Med, appena ratificata dal Consiglio Europeo e pronta a partire, sarà d’aiuto all’umanità?

Per rispondere a queste domande vorrei aiutarmi con l’esperienza dello storico e saggista Franco Cardini e dello scrittore italo siriano Shady Hamadi. Due personalità diverse, anche semplicemente per una questione anagrafica, ma accomunati dall’idea che per arrivare ad una soluzione dobbiamo imparare a porci le domande giuste scavando nella storia. Quindi prima di chiederci come e dove collocare i rifugiati di guerra, dovremmo capire le cause della loro fuga, andando oltre però, alla giustificazione della guerra.

Il professore Cardini racconta nel suo ultimo libro, L’ipocrisia dell’occidente, come il mondo occidentale nel 1916, attraverso l’accordo Sykes-Picot, ha iniziato a dividere il territorio del Medio Oriente danneggiando irreparabilmente il sentimento plurinazionale della cultura araba, segnando così l’inizio di un periodo coloniale responsabile degli scontri della storia contemporanea.

Shady Hamadi, invece, proprio il giorno dopo la chiusura del mezzanino, durante la presentazione del suo libro, La felicità araba, alla biblioteca Chiesa Rossa di Milano, ha ribadito l’importanza di continuare a dimostrare la nostra indignazione di fronte all’indifferenza della comunità internazionale che avrebbe potuto evitare questo disagio intervenendo molto prima alle richieste di aiuto dei popoli che oggi fuggono dalle guerre civili.

Forse basterebbe fermarsi un attimo e pensare che sui barconi della morte ci sono uomini e donne costretti a lasciare la terra che amano, ci sono bambini che smettono di giocare e di andare a scuola.

Cosa fare dunque?

Potremmo lasciare che la solidarietà prenda il posto della paura per convincere i nostri rappresentanti politici a iniziare a parlare di pace e non di quote.

 

 

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