Bullo, razzista e di altre etichette

Bullo, razzista e di altre etichette

Il tema degli immigrati porta con sé due elementi fondamentali: i luoghi comuni e l’etichetta di razzista. Ho affrontato entrambe le condizioni da adolescente e da allora porto con me un episodio come fosse un bagaglio a peso variabile: alcune volte lo considero come uno dei tanti momenti, in altre occasioni invece, mi provoca malessere e una certa dose d’incazzatura.

Ero a una delle tante feste paesane organizzate vicino al mio paesello. Passeggiavo con alcuni amici tra le bancarelle della festa tra battute di spirito e risate da perdigiorno, quando una persona davanti a me – una signora di un paio di metri – si ferma e con l’indice puntato mi dice: 

“Sei razzista: hai riso di mia figlia perché è di colore”.

Poi indica una ragazza accanto a lei: una giovane adolescente come me. Dopo aver messo a fuoco la ragazza e la signora con l’indice ancora alzato, balbetto qualcosa ma la tensione è talmente forte che non riesco a dirgli che si stava sbagliando. Dalla mia bocca non uscì parola e abbassai la testa frustrato come mai prima d’ora.

A distanza di molti anni mi chiedo ancora se davvero avevo espresso commenti spiacevoli sulla ragazza di colore presente alla festa; oppure se avevo semplicemente riso a qualche battutaccia dei miei amici.

Ancora oggi, quando mi capita di incontrarla, vorrei chiederle scusa per capire il perché: ero stato semplicemente stupido oppure ero nel posto sbagliato al momento sbagliato? Avevo pagato la stupidità altrui?

Vivere nella nostra società con un colore di pelle diverso da quello bianco è una delle cose più difficili che può accadere. Dare del razzista a un’adolescente senza spiegargli il perché è una delle cose più frustranti che può accadere.

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