Biasa la razzista.

Biasa la razzista.

Fonte immagine: inc.com

Le notizie sui nuovi sbarchi a Lampedusa mi fanno tornare in mente Biasa. Montenegrina di nascita ma nomade per vocazione, Biasa ha raggiunto il confine italiano a piedi, con marito e figlio al seguito: non ha conosciuto l’esperienza dei barconi ma quella di essere inseguita dai bosniaci per essere bruciata viva.

Ho avuto modo di conoscerla in occasione di un servizio educativo per il figlio appena adolescente, e nel corso del tempo ho affrontato con lei tanti argomenti. Solo uno però lo ritenevo spinoso e cercavo di aggirarlo: l’immigrazione. Subito dopo la legge Bossi-Fini alcuni concetti divennero ben presto un mantra per alcuni partiti, in particolare sugli zingari le parole erano nette: ‘Rubano e ci cacano in cucina: vanno sistemati’.

Biasa sembrava serena e non volevo turbarla: svolgeva lavori saltuari e il resto della giornata lo passava a casa. Molti mi chiedevano cosa facesse per vivere ma non ho mai avuto modo di rispondere: ogni tanto mostrava dei centrini ricamati, in altre occasioni parlava di pulizie domestiche. Tuttavia, la cosa che le piaceva di più era chiacchierare e dopo qualche mese iniziò a raccontare di un viaggio  che voleva fare in Olanda per raggiungere la figlia maggiore.

‘Mia figlia Giselle – disse – vive a Rotterdam, anche lì ci sono immigrati ma non si comportano come qui che fanno quello che vogliono. Vengono in Italia per fare casino, non lavorano e bevono tutto il giorno. Soprattutto i rumeni, che ci rovinano la reputazione. Giselle se la passa bene in Olanda’.

Quelle parole mi schiacciarono la lingua sul palato. Inizialmente immaginai Biasa nei panni di Bossi ma per fortuna il pensiero durò poco. Il mondo si mostrava piccolo e feroce, con le persone unite a dispetto della loro diversità. Tornai a casa con le mani serrate nelle tasche, e per qualche giorno non pensai ad altro che a quella lezione ricevuta: in definitiva però non capivo fino in fondo da che parte avessi dovuto prenderla. Una settimana dopo fu nuovamente Biasa a chiarirmi le idee. Mentre passeggiavo per Arezzo me la trovo seduta su una panchina. Sapevo che chiedeva l’elemosina ma guardandola in faccia non vidi subito il bicchiere nel quale raccoglieva le monete. Così, senza pensarci due volte le chiesi: ‘Biasa, come stai?’ Con la stessa franchezza che la contraddistingueva rispose: ‘Io!? Non sono Biasa!’

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