Banche popolari: atto di civiltà

Banche popolari: atto di civiltà

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In Parlamento si sta discutendo sulla riforma delle banche popolari le quali, non tutte ma solo le prime 10 (di cui 7 quotate in borsa), dovranno abbandonare la loro struttura a “voto capitario” e trasformarsi in Società per azioni, dove il controllo si esercita sulla base delle azioni possedute. Le banche in questione sono: Banco Popolare, Ubi Banca, Popolare Emilia Romagna, Popolare di Milano, Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Popolare di Sondrio, Credito valtellinese, la Popolare di Bari e la Popolare dell’Etruria e del Lazio.

In sintesi, i detrattori della riforma contestano “che la riforma porta con sé una serie di incognite, come per esempio la possibile attività speculativa, nel contesto dell’agone liberista, resa lecita dalla trasformazione delle popolari in Spa” (vedi intervento  di Ugo Biggieri su Repubblica 26 gennaio 2015). Prescindendo da qualsiasi pretesa di comprendere il significato della frase di cui sopra, invero, non mi è chiaro come una riforma che modifica le modalità di voto e controllo, possa penalizzare la cd. “mutualità”.

Le banche de quibus di popolare hanno poco: è vero che tutti possono esercitare un voto, ma le alleanze permettono a pochi (con investimenti irrisori), di controllare enormi risorse e spesso utilizzarle per scopi di dubbia “mutualità e solidarietà” (neanche concedessero denaro gratis), i quali generalmente sono interessi  politici (Vedi Banco popolare di Lodi, Banca delle Marche, ecc.)

Per comprendere quanto siano solidali tali istituti, si consideri che il totale dei crediti dubbi (i.e. sofferenti) in rapporto alle risorse prestate ai clienti è apri 12,7 %, molto più elevato rispetto alle banche organizzate in società per azioni e alle realtà di credito cooperativo, meno esposte a rischi perché più vincolate a limiti operativi. Mentre la relazione tra patrimonio soggetto a vigilanza e attività corrette per il rischio è pari al 13,3 % . Il significato è semplice: non finanzio le idee innovative ma quelle in perdite (lascio a voi le deduzioni sulle motivazioni).

Infine, si osservi che nel momento in cui le Popolari entrano in Borsa per accrescere la raccolta di risorse, il legame tra banca e territorio si è già spezzato e di conseguenza il modello deve necessariamente cambiare. Infatti, nell’attuale contesto, gli azionisti non hanno alcun peso nelle scelte gestionali, e subiscono, pertanto, il solito gioco delle alleanze di chi rappresenta soci e dipendenti organizzati (politici?). Così gli interessi dei soliti sono tutelati, con l’utilizzo delle risorse sia del mercato sia dei risparmiatori per i motivi più vari.

La riforma delle banche popolari non cambierà in peggio le condizioni dei correntisti o di chi cerca credito. Forse, favorirà la trasparenza, la tutela dei risparmiatori e la separazione tra banche e politica, ma posso assicurare che non toccherà nessun cittadino medio. Ora se volete essere contro la riforma siatelo pure, ma non seguite il motto della solidarietà (sorvolo, per rispetto del lettore, sulle teorie del complotto), ma evitate di lamentarvi quando scoppiano casi tipo Monte Paschi di Siena. È il prezzo della mutualità.

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