Alessandro Nanni intervista Tullio Feldmann (o se stesso?)

Alessandro Nanni intervista Tullio Feldmann (o se stesso?)

by -
0 1135
foto di Shape Studio

Ringrazio Tullio Feldmann per il tempo che ci concede, so che lei non ama affatto farsi intervistare, non ha un buon rapporto con i giornalisti a quanto pare. Perché prima di tutto ha scelto noi de lo Stampateo per rilasciare un’intervista prima della sua partecipazione al Mengo?

“Ho scelto di farmi intervistare da te perché mi sembri un bravo ragazzo, e mi hai convinto con la storia della laurea e della preoccupazione per il tuo futuro. Certo, il fatto che tu ti sia laureato nella stessa Facoltà in cui si è laureato Andrea Scanzi non mi fa ben sperare per l’andamento dell’intervista (ride, ndr). Ma cominciamo pure”.

Non si preoccupi, non sono così spocchioso. Allora, mi dica, chi è lei Tullio Feldmann?

“Mi è simpatica la tua curiosità. Vedi è difficile rispondere alla tua domanda, dal momento che io stesso sono il primo a chiedermelo, senza trovare mai una risposta abbastanza soddisfacente. Forse io, Tullio Feldmann, non sono altro che un personaggio, che nella realtà non esiste. Ma dal momento che la realtà si mischia spesso con le cose irreali, allora sono pur sempre un personaggio che vive”.

Mi permetta Sig. Feldmann, sono forse un mitomane? Oppure solo un bugiardo? Un commediante? O c’è dietro un disturbo psicotico più grave?

“Oh caro Alessandro, tutto quello che hai detto. E forse anche più”.

Quindi, le canzoni che scrivo sono sintomi di bugie patologiche? Tutto qui?

“No, assolutamente no. Le canzoni che scrivi nascono dalla profondità del tuo cuore. Per scrivere, per scrivere una canzone, bisogna amare. E l’amore è un sentimento sincero, per questo le tue canzoni sono autentiche. Perché immedesimi la tua essenza in altre vite, bisogna esser sensibili, bisogna aver il coraggio di saper soffrire. E lo fai perché sei costretto a farlo. È come se tu appartenessi a tante anime, che ti chiedono aiuto per potersi esprimere. E lo fai con la tua penna, dopodiché tu, a tua volta, hai necessariamente bisogno di qualcosa che sfoghi questa tua esperienza, per non lasciare che muoia dentro di te inutilmente”.

E di che cosa ho bisogno?

“Di me, cioè di un personaggio che filtri la tua esperienza attraverso l’ironia”.

E che senso ha? A cosa serve tutto questo?

“Il senso non esiste. E in fondo il ‘non-senso’ esistenziale delle cose non ha alcuna importanza. Sai che diceva Mario Monicelli? «Chi siamo e dove andiamo sono cose su cui non mi sono mai soffermato. Quelle bischerate là servono solo ad alimentare l’angoscia!». Se mi chiedi, invece, a cosa serva tutto questo ti posso rispondere: tutto o niente. Dipende dai punti di vista. In un certo verso, dobbiamo avere un punto di vista positivo, altrimenti è tutto poco divertente. Divertente, nel senso pascaliano di divertissement, cioè distrazione. Distrazione dalla realtà, come dicevo prima a proposito del mio personaggio”.

Qual è il significato dell’ironia? Cosa intendeva prima con “filtri la tua esperienza attraverso l’ironia”?

“L’ironia è l’occhio sicuro che sa cogliere lo storto, l’assurdo, il vano dell’esistenza, Søren Kierkegaard. O se preferisci, l’ironia sentimentale è un cane che ulula alla luna pisciando sulle tombe, Karl Kraus. Ti bastano queste due citazioni? (Il Sig. Feldmann sembra compiacersi degli autori che ha menzionato, ndr). Tu simpatizzi per il mondo e le persone, perché partecipi istintivamente alle loro vite, e sensibilmente le interpreti, attraverso una frase, una canzone. L’ironia consiste in questo: che fai tutto ciò indossando il naso di un pagliaccio, che poi non è altro che un espediente per giustificare il fatto che tu abbia sempre avuto piacere a far sorridere gli altri”.

C’entra qualcosa la psicologia?

Oh, la psicologia non c’entra, e scusami per ciò che sto per dire, un emerito cazzo. La psicologia è solo il tentativo, anzi, un tentativo inutile, di patologizzare statisticamente le emozioni della persona umana. Ma ogni persona è unica, dannazione! Le malattie, i malesseri fisici devono essere curati, e sono d’accordo. Ma le persone sono troppo complesse e assurde perché basti attribuire loro risposte ricavate da stupidi test, che hanno perfino la pretesa di ritenersi scientifici. Ma questo è un altro discorso”.

Ma, dunque, io sarei te?

“Tutt’altro! Sono io che sono te”.

Vuol dire qualcos’altro?

“Sì. Tu sei innamorato di una ragazza il cui nome è la radice della parola Serendipity. Questo è il segreto e il significato delle tue canzoni. Cosa preferisci tra la costante soddisfazione che assicura una comunque valida serenità, e la speranza, che in quanto tale può anche essere delusa, di qualche attimo di felicità? Diciamo che i primi sono rappresentati da Melanie Hahnemann, moglie del dott. Hahnemann, al quale si rivolse il padre di Mozart per i tic e gli spasmi di quest’ultimo. I secondi sono rappresentati da Mozart, quando rispose a Melanie, che chiedeva al giovane musicista di suonarle qualcosa, con questa espressione: «oui, par ma la foi, ti cacherò sul naso così che ti coli sul mento». Non so se ti è chiaro…

Le interessa dire qualcosa riguardo la partecipazione de Il Ballo dell’Orso all’undicesima edizione del Mengo?

E’ il palco più importante della mia carriera, le aspettative sono abbastanza alte. Sono molto felice, ma non lo considero un traguardo. Non ho intenzione di lavorare, quindi spero che la musica mi dia ancora molto. Comunque, spero che le persone parteciperanno con passione.

Benissimo. Allora ci vediamo mercoledì 8 alle 18 al Mengo. Grazie per l’intervista e a presto.

“Grazie a voi”.

 

NESSUN COMMENTO

Lascia una risposta