A scuola dai private equity: raccogliere per reinvestire

A scuola dai private equity: raccogliere per reinvestire

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I fondi di private equity non sono certo una novità, neanche in Italia, ma abbiamo ancora molto da imparare.

Mi confronto spesso con un certo disinteresse nell’italiano medio[1] nel comprendere questo fenomeno, per questo voglio brevemente presentare ai più questa chimera sconosciuta. In primo luogo in cosa consiste l’attività di un fondo di private equity: essenzialmente raccogliere fondi da investitori sofisticati e reinvestire (in modo professionale) queste risorse in partecipazioni azionarie[2] in società non quotate.

Per ricapitolare, gli attori coinvolti saranno quindi da un lato banche, assicurazioni, istituiti finanziari e persone fisiche dotate di patrimoni molto consistenti[3] che ricercano investimenti ad alto rendimento (difficile fare una media ma indicativamente intorno al 25% annuo), dall’altra un gruppo di professionisti (tipicamente formatisi nel settore dell’investment banking) che ricercano e gestiscono le risorse raccolte (parliamo anche di diversi miliardi di euro).

Questa attività di investimento ha una durata tipicamente compresa tra i 5 e i 10 anni, quindi un orizzonte temporale che viene definito in gergo tecnico medio lungo. Questa durata permette al management del fondo di selezionare accuratamente i propri investimenti (target) e di dare seguito al piano industriale di sviluppo sottostante l’operazione. Brevemente chi fa questi investimenti ricerca imprese con un determinato profilo su cui innestare un progetto di sviluppo.

La caratteristica del piano industriale / profilo della target definisce la tipologia di private equity, infatti questo mondo non si presenta in modo piatto, ma anzi è ricco di sfumature. Semplificando abbiamo tre principali categorie: turnaroud, sviluppo e crescita e gestione contesti azionari complessi.

La prima categoria si concentra in imprese in un generico contesto di difficoltà economico da poter rilanciare con un piano di nuovi investimenti. Generalmente, volendo dare un esempio, parliamo di società che non sono riuscite ad affrontare un ciclo economico recessivo e per eccessivo indebitamento si trovano in una situazione di quasi default. In questi casi il fondo offre le proprie risorse e competenze per rinnovare il management e i sistemi di governance[4] oltre le necessarie risorse per riequilibrare l’impresa.

La seconda è dedita alla ricerca di piccole e medie imprese dall’elevato potenziale che necessitano di ingenti risorse per sostenere i propri elevati tassi di crescita. Tipicamente in questi casi il fondo mette a disposizione i propri capitali senza intervenire (in modo pervasivo con nel caso precedente) nella gestione della società.

L’ultima famiglia, molto diffusa nel contesto italiano, consiste nell’intervenire offrendo opportunità di uscita[5] ad azionisti di minoranza a seguito di litigi/contrati nella compagine azionaria o nella gestione dell’eredità lasciata dal defunto imprenditore[6]. Il fondo tipicamente subentra nell’impresa ed instaura un nuovo equilibrio.

Ma perché il private equity fa bene al nostro Paese?

Spesso la stampa nazionale non riesce a inquadrare il fenomeno e descrive questo mondo, come pieno di barbarie e di locuste, dedite al malvagio profitto e incuranti dei posti di lavoro. La realtà è ben diversa, i fondi con la propria attività oltre a fornire quelle risorse che difficilmente un’impresa riesce a raccogliere (è difficile mettere un ipoteca su ricerca e sviluppo) fanno qualcosa di ancora più eccezionale, managerializzano le imprese, promuovo lo sviluppo di sistemi moderni di governance e cosa non marginale contribuiscono alla quotazione di imprese sul mercato azionario, aumentando la trasparenza e la liquidità per tutto il paese.

L’elemento manageriale / governance è forse il più importante, infatti le nostre imprese si caratterizzano sempre per la loro gestione patronale o comunque familiare, che se associata con un certo illuminismo della direzione porta a importanti successi, ma quasi sempre si scontra con la pressante competizione nel mercato o le difficoltà associate ad una dimensione non più gestibile “a naso”[7]. Un fondo, in questo, riesce ad attirare talenti dalle migliori università italiane e permette quel salto qualitativo[8] prerequisito ormai di un’impresa che vuole essere attore nello scenario internazionale.

Per questo questi soggetti economici hanno una funzione importantissima nel ravvivare l’ambiente economico, ma le migliori intenzioni non possono nulla contro uno Stato troppo lontano dai veri problemi di chi fa impresa tutti i giorni. Non servano giri di parole, un Paese in cui ogni 6 mesi la Legge in materia fiscale (variabile non trascurabile nel valutare un investimento a lungo termine) cambia, o dove competizione e mercato sono vessilli del demonio da contrastare e anche le più recenti conquiste rischiano di essere azzerate[9], non è un Paese che attrae investimenti.

[1] Pericolosamente simile al ritratto di Maccio Capatonda nel suo recente film.

[2] Da cui, appunto, il nome inglese private equity che definisce appunto investimenti nella compagine azionaria di società non quotate (in inglese public) al fine di acquisirne il controllo o un quota rilevante.

[3] Secondo la norma per la quale se sei ricco non hai bisogno di tutele per decidere come investire, per questo la raccolta di risorse da questi soggetti non è normata da alcuna legge.

[4] Insieme di procedure e regole che normano la quotidianità di un’impresa.

[5] Liquidare la propria quota azionaria.

[6] Spesso la seconda / terza generazione non sono state (o ne erano disinteressate) nella gestione dell’impresa.

[7] Nella mia esperienza professionale troppe volte ho visto imprese sane, con un prodotto apprezzato dal mercato, sparire e venir acquistate da altri gruppi (spesso diretti competitor) per non essere riuscite a cambiare marcia o, peggio, nel non aver saputo anticipare l’imminente tempesta dei mercati ed essersi così lasciata alla merce degli eventi.

[8] Non basta più dotarsi di applicativi elettronici per dirsi moderni, la aver semplicemente sostituito la carta con un foglio elettronico non offre alcuna sicurezza sulla corretta gestione delle informazioni e sicuramente, di per se, non migliora i processi decisionali.

[9] In Parlamento è in discussione una legge per “eliminare” dal contesto italiano tutti gli investitori che negli anni hanno rinnovato il mondo della cura dentale con la nascita di catena ed offrendo così un servizio, spesso migliore e sicuramente più vicino alle esigenze di risparmio delle famiglie italiane.

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