Donne migranti: vivere nel centro di accoglienza

Donne migranti: vivere nel centro di accoglienza

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foto: Veronica Miranda Pennati

Dopo l’annuncio “sono in arrivo sessanta persone di cui venti bambini”, anche i muri del centro di accoglienza profughi di Milano sembrano irrigidirsi. Il nuovo posto è funzionale, ma non è grande, il dottore è solo uno, le scorte in magazzino non sono infinite e questo in arrivo è il terzo gruppo così numeroso nella sola giornata di oggi.

La vita nel centro è così, altalenante, non si può mai stare tranquilli, perché tenere totalmente sotto controllo il flusso migratorio è impossibile. Durante la giornata momenti di calma si alternano a ore di pura emergenza. Tutti i giorni aspettiamo gruppi di cinquanta o sessanta migranti, provenienti dagli altri centri profughi d’Italia, tuttavia il più delle volte gli arrivi hanno una frequenza irregolare e non prevedibile. Come in questo caso, sessanta persone di cui venti bambini all’improvviso, un annuncio che irrompe come un tuono nella testa di tutti gli operatori del centro.

I telefoni dei coordinatori addetti ai trasferimenti sono bollenti per tutte le ultime chiamate, i mediatori alla reception fanno saltellare ripetutamente i piedi sotto al tavolo mentre i volontari, all’esterno del centro, aprono confezioni su confezioni di merendine e di bottigliette d’acqua per accogliere i migranti.

Io, trovandomi già in magazzino, sposto l’attenzione dagli alimenti alla scorta di pannolini. Tutto sembra essere al suo posto: i pacchi di pannolini sono divisi per età o peso e nello scaffale di fianco c’è anche una bella scorta di salviette umidificate e di assorbenti. Torno di corsa nello spazio bimbi e mi accorgo che le famiglie che stavamo aspettando sono arrivate.

Quello che mi scuote è il fatto che mi trovo davanti a circa venti bambini, ma non sento le loro voci, neanche pianti, non sento nulla se non il rumore dei giochi meccanici. Alcuni bambini sperimentano con curiosità tutto ciò che si trovano a portata di mano, con movimenti molto lenti, altri stanno seduti sul tappeto di gomma colorato e fissano il muro. Silenzio.

fonte: solovignette.it
fonte: solovignette.it

Giro lo sguardo e vedo una decina di donne sedute attorno all’area giochi. Mi avvivino a uno di loro e sfiorandole una spalla provo a dire “Salam, ciao” e ottengo subito un timido sorriso ad occhi bassi. Le indico prima i pannolini che ho nelle borsa e poi i bambini che giocano, provando a farle capire, aiutandomi con i gesti, che ho bisogno di sapere il numero dei suoi figli. La donna mi comprende al volo, ne ha uno solo e me lo indica con l’indice così da regolarmi con la misura dei pannolini giusti.

Ripeto la stessa operazione con tutte le donne, dando anche una confezione di salviette umidificate ogni due di loro infine, interviene la mia responsabile che in arabo spiega dove si trova il fasciatoio. Le mamme decidono autonomamente come organizzare la fila ed è impossibile non notare come il loro guardo, a poco a poco, inizia ad alzarsi da terra per brillare. Come per magia, il centro si riempie delle voci dei bambini, dei dolci richiami delle madri, di un classico sottofondo di un asilo. Mentre le donne cambiano i loro figli, noi operatrici cerchiamo per i piccoli dei vestiti puliti che recuperiamo grazie alle donazioni dei cittadini.

Solo dopo aver scavato montagne e montagne di indumenti e visionato decine di sacchetti, riusciamo ad accontentare tutti. Alla fine di questa dispersta ricerca, rimango sola in magazzino per riordinare una pila di vestiti prima di tonare nell’area bambini per l’ora della merenda. Sento bussare, entra una donna. Avrà circa trent’anni, indossa un velo arancione, ha gli occhi grandi di color nocciola, un viso dai lineamenti morbini e un corpo lungo e fragile. Un po’ tremante si avvicina a me e mi dice in inglese:

“Grazie per averci trattato da esseri umani. Sono momenti che non dimenticherò mai”.

Senza aggiungere altro ci abbracciamo e, stringendoci forte per qualche minuto, avverto il battito del cuore che non è di un migrante, ma di una persona.

 

 

 

 

 

Veronica Miranda Pennati
Debutta come scrittrice nel 2012, durante il periodo dell'università, grazie all’esperienza con il Collettivo Idra con il quale pubblica romanzi collaborativi “Tutto il resto rasta” edito La Caravella, “Tutto tranne il viso” edito Rizzoli e “Il senso delle nuvole” edizioni Ensamble. Dopo aver conseguito la Laurea in Informazione, Media e Pubblicità all’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, si trasferisce a Milano dove in poco tempo capisce la sua strada: dare un suono alla voce dei più deboli attraverso la magia della scrittura. Affronta l’emergenza profughi facendo la volontaria in Stazione Centrale a Milano con l’associazione l’Albero della Vita, orientando tutte le sue ricerche verso la cultura e la storia del Medio Oriente.

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