La sinistra dei renziani: Matteo Bracciali

La sinistra dei renziani: Matteo Bracciali

Matteo Bracciali è uno dei protagonisti dell’espansione politica del renzismo in provincia di Arezzo.

Dopo una serie di esperienze amministrative – consigliere e capogruppo PD in Consiglio comunale – Bracciali si era imposto nelle Primarie PD come candidato alla carica di sindaco di Arezzo per le Amministrative 2015.

Tuttavia, l’esito del voto non è stato positivo per Bracciali e per il PD. Dopo i due mandati amministrativi di Giuseppe Fanfani, la città di Arezzo è tornata al centrodestra con la vittoria di Alessandro Ghinelli.

Che cosa ha significato per Matteo Bracciali perdere le Amministrative 2015?

Sul piano personale è stata l’occasione per un bagno d’umiltà: la più grande delusione è di non aver capito la città di Arezzo – i sentimenti delle persone. Sul piano politico è scaturita un’attenta analisi di come ci si approccia alla politica: si è innescato un meccanismo doloroso ma decisivo per capire come sono andate le cose.

A quali conclusioni sei arrivato?

Tenere insieme gli strumenti a disposizione, gli obiettivi amministrativi e l’idealità progettuale poteva risultare fondamentale per vincere le Amministrative. Purtroppo però non ci sono riuscito. Nel dibattito con Ghinelli, quando si parlava del tema sicurezza in Piazza Guido Monaco, ho parlato con realismo di una maggiore presenza delle forze de l’ordine e del giusto utilizzo dell’illuminazione. Rispetto alla mia politica ragionata, Alessandro Ghinelli ha avuto buon gioco: oggi vince chi ha un messaggio di rottura radicale, l’idealismo più trito – come Donald Trump in USA – ma in quel modo fai tanti proclami senza risolvere niente. Quel genere di politica è pericolosa.

Vedi altre responsabilità dietro alla mancata elezione a sindaco?

Le politiche regionali di sinistra di Enrico Rossi hanno indubbiamente aiutato il mio avversario, si pensi alle aree vaste oppure alla questione sanità, dove Ghinelli è diventato il ‘paladino del cittadino’. Siamo noi che gli abbiamo regalato un ruolo e siamo sempre noi ad avergli creato un collegamento con la sinistra elettorale. Una condizione che ha messo tutti contro il PD, consentendo ad Alessandro Ghinelli di unire tutta la destra – la sua vera forza per vincere.

La scontro politico-amministrativo si è giocato tra rottura e continuità?

Oggi posso dire che per fare il sindaco devi mediare fin da subito, cercare una ricucitura con chi c’era prima. Probabilmente quei 600 voti che sono mancati alla mia elezione rappresentano idealmente questa mancata ricucitura, che è stata una mia responsabilità non tanto perché ero il candidato sbagliato o non avevo le capacità, ma perché la costruzione politica di andare verso la rottura è stata preponderante. Pensiamo al tema dei servizi pubblici: ricordate le polemiche innescate dalla mia volontà di puntare al merito anziché alla consolidata politica relazionale della città? Volevo creare discontinuità per evitare quello che sta succedendo alla Giunta Ghinelli, che dal mio punto di vista è il terzo mandato Fanfani: la gestione della politica, dell’organizzazione del consenso e della costruzione delle decisioni sono tutti elementi rimasti invariati rispetto al passato centrosinistra.

Quali sono le ragioni che hanno portato alla scissione nel PD?

Noi del PD abbiamo una cultura solidaristica, progressista, in cui il rapporto con il cittadino è fatto per la costruzione delle politiche pubbliche legate ai principi dell’uguaglianza e delle politiche sociali. A me non sembra che le politiche di Renzi siano contrarie a tutto questo, anzi, seguono le politiche socialdemocratiche europee e mondiali. Io sto con Matteo Renzi nel credere che il rapporto con l’economia sia fondamentale. Le liberalizzazioni volute da Pierluigi Bersani sono in linea con il PD di Matteo Renzi: non c’è nessuna differenza, il blocco culturale è quello. Se poi Enrico Rossi, Roberto Speranza e lo stesso Bersani vogliono uscire dal libero mercato è una loro scelta, ma lo devono dire.

 

 

 

 

 

 

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