Sindaci, politica e cultura: Andrea Vignini

Sindaci, politica e cultura: Andrea Vignini

Andrea Vignini è stato per molti anni un amministratore della città di Cortona (Ar): Consigliere comunale, Capogruppo e Assessore, fino a diventarne Sindaco per il centrosinistra tra il 2004 e il 2014.

Si definisce un “catto-comunista – nel senso di essere cattolico e di sinistra” – con la tessera del Partito Democratico. Ammette di non avere “un carattere facile”, ma non sembra curarsene troppo, anzi: “I miei difetti  – dice Vignini – hanno giocato un ruolo decisivo nella risoluzione dei problemi amministrativi”. E nella contemporaneità che viviamo gli scontri sono quotidiani, sempre più complessi, come tra dipendenti comunali e amministratori pubblici.

Quali sono le ragioni di questa conflittualità?

Molto spesso – afferma Vignini – diamo per scontato che un dipendente comunale sappia cosa vuole da lui un amministratore, ma non è detto che sia così. Comunicare bene con un dipendente, al quale va data fiducia, è un elemento imprescindibile per una buona amministrazione. Questo è il primo passo per la nascita di uno staff con cui istaurare un rapporto diretto, trasparente, ma senza favoritismi. Trovo altrettanto fondamentale la presenza dei sindacati, che ti portano a litigare, ma alla fine organizzano i lavoratori per una concertazione non frammentaria.

Perché nascono continuamente nuovi Comitati civici?

Prima, in ogni frazione e in ogni quartiere, c’era sempre qualcuno – in particolare le sezioni dei partiti politici – che riportava all’Amministrazione quello che sentiva, consentendo agli amministratori di tarare la propria azione e nello stesso tempo trasformare la critica in qualcosa di utile. Oggi, invece, è molto più facile sbagliare e le scelte deprecate dai cittadini portano con facilità alla nascita di Comitati civici. Una condizione che trova sponda nel protagonismo social delle persone, pronte a traghettare i Comitati nel teatrino della politica attraverso qualche elezione, perdendo di fatto la ragione originaria della sua nascita. Ci sono però casi – rari – in cui i Comitati riescono a farti riflettere: in quel caso bisogna fermarsi perché da soli e a strappi non si va avanti.

Gli equilibri politici locali sono in continua evoluzione: perché?

I partiti politici non riescono più a comprendere i movimenti della società. In Provincia di Arezzo il PD ha perso gran parte dei Comuni sopra i 15mila abitanti e le ragioni non sono da ricercarsi esclusivamente nelle politiche nazionali: l’incapacità di gestire la politica politicante dal basso è la vera questione politica. Mi si dice: “Tanto le persone non danno più retta”. Allora smettiamo, dico io. La politica è un’attività culturale, intellettuale, che deve cercare di individuare i movimenti sotterranei della società. La crisi politica la riscontri nelle riunioni politiche, dove trovi una dozzina di partecipanti anziché cento: le persone ascoltano le stesse cose che sentono in televisione, quindi preferiscono stare a casa.

La sua candidatura a Consigliere regionale non è andata bene: che cosa è accaduto?

Ho perso, e molto per colpa mia. I problemi di salute hanno frenato la mia corsa e non ho dato quello che potevo dare. Nel Comune di Cortona ho ricevuto 2130 preferenze, mentre nella Valdichiana il risultato è stato molto deludente. L’unico rimpianto riguarda l’atteggiamento del Partito Democratico Provinciale: il successo strabordante di Vincenzo Ceccarelli è stato un bene, ma proprio perché così strabordante c’erano gli spazi per rafforzare la compagine aretina in Regione. Per insipienza – per paura che una parola in più potesse agevolare un candidato piuttosto che un altro – il Partito ha preferito lasciare andare le cose: il candidato più forte ha così fagocitato tutti gli altri. Un’assoluta insipienza della struttura provinciale, in particolare del Segretario provinciale Massimiliano Dindalini, difficile da negare: i 600 voti che sono mancati alla mia elezione potevano essere recuperati (Ceccarelli ha preso ben 2200 preferenze in Valdichiana), ma io non ero nelle condizioni di farlo – e per la verità non spettava neanche a me – mentre chi doveva lavorarci non lo ha fatto.

 

 

 

 

 

 

 

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