Sindaci di ieri e di oggi, Alessio Ugolini

Sindaci di ieri e di oggi, Alessio Ugolini

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Le elezioni amministrative 2016 hanno ridisegnato la cartina politico-amministrativa dell’Italia. La Provincia di Arezzo è uno dei territori maggiormente interessati a questo cambiamento, con molti Comuni che hanno registrato la sconfitta del Partito Democratico a beneficio del Centrodestra o di Liste civiche.

Per comprendere le ragioni di questa trasformazione abbiamo intervistato Alessio Ugolini – PD – che oltre ad aver ricoperto il ruolo di Consigliere provinciale di maggioranza e Consigliere comunale di opposizione, è stato sindaco di Sansepolcro (Ar) negli anni della cosiddetta Seconda Repubblica. Attualmente, Ugolini è membro sia della Direzione comunale di Sansepolcro che dell’Assemblea provinciale del PD.

Ugolini, che cosa è accaduto nelle elezioni amministrative 2016?

Le elezioni 2016 hanno dato un duro colpo al Partito Democratico, che dovrebbe fare una riflessione complessiva di quanto sta accadendo nella politica italiana. Lo sforzo che dovremmo fare è di comprendere le ragioni del protagonismo dei cittadini, in forme che non sempre riescono a ritrovarsi nella politica tradizionale. Non sto parlando solo del Movimento 5 Stelle perché è una condizione molto più vasta. Matteo Renzi – che è il Segretario del PD – ha una responsabilità oggettiva, perché non è riuscito a fare quel cambiamento che egli stesso aveva dichiarato. Ma è tutto il Partito Democratico, in quanto soggetto politico, a non entrare in sintonia con l’opinione pubblica: ha difficoltà a sentire ciò di cui ha bisogno la gente.

Questo spiega la sfiducia nei confronti dei sindaci dopo il primo mandato?

Il fatto che ci siano episodi d’insofferenza nei confronti di sindaci in carica da pochi anni è dovuto a tante ragioni: dalla politica di austerità imposta ai comuni – con effetti sul sindaco che appare come l’esattore di Equitalia – alle razionalizzazioni di importati servizi (trasporto scolastico, asili nido, sanità) che se va bene finiscono in pareggio. Tuttavia, il motore della sfiducia è un fattore politico: un sindaco deve fare sistema per catalizzatore quelle energie in grado di creare elementi di rottura. La responsabilità è questa, e non può essere sostituita da qualche opera pubblica.

Il Referendum costituzionale va nella direzione di una rottura di sistema?

Io sostengo il per tante motivazioni. La principale riguarda proprio il metodo di governo. La riforma maggioritaria dei Comuni ha reso governabili sia le grandi città che i piccoli paesi, per di più garantendo l’alternanza al potere. Anche a livello nazionale dovrebbe essere la stessa cosa: non si capisce perché un Comune abbia gli strumenti per governare mentre il Governo nazionale ne è sprovvisto. Nell’Europa e nel Mondo chi è più rapido ha più chance.

Il PD non appare compatto sul Referendum, che cosa ne pensa?

La maggioranza del Partito Democratico è favorevole alla Riforma Costituzionale, quindi deve mettere in campo tutte le energie. Se non riuscisse a fare una campagna elettorale per spiegare bene le ragioni del  commetterebbe un grave errore. Qualcuno – strumentalmente – dice che sarebbe meglio perdere il Referendum perché con il ballottaggio previsto dall’Italicum vincerebbe il M5S. Ma questa non è politica, e mi ricorda quanti nel Pci si opponevano al diritto di voto per le donne perché sarebbero state influenzate dalla Chiesa. Il Paese non deve perdere altro tempo, bisogna che passi la riforma per mettere un punto da cui possiamo andare solo avanti: stare fermi è il vero rischio per il nostro Paese.

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