Sindaci, dipendenti pubblici e astensionismo

Sindaci, dipendenti pubblici e astensionismo

21secolo.it

Le elezioni amministrative 2016 hanno riconsegnato un equilibrio politico complesso e due chiavi di lettura impensabili fino a qualche anno fa: l’astensionismo e la bocciatura dei sindaci dopo il primo mandato.

Lo StampAteo ha cercato di approfondire un aspetto: che cosa fanno (e cosa non fanno) i sindaci per meritarsi una bocciatura di questa portata? Per la nostra analisi siamo partiti da una data di riferimento: prima del 1993 il sindaco veniva scelto dalla Coalizione che usciva vittoriosa delle elezioni amministrative, dopo il 1993 lo scegliamo direttamente noi cittadini attribuendogli poteri come “ufficiale del governo, vertice dell’amministrazione locale e capo di una maggioranza politica”.

A più di vent’anni da quella riforma qualcosa non è andato per il verso giusto: da chi utilizza il proprio ruolo per arrivare alla ribalta della politica nazionale, a chi sceglie di candidarsi per raggiungere prima – e meglio – la pensione, il ruolo del sindaco sta progressivamente perdendo la forza che gli era stata conferita con la riforma del ’93. Quante volte ci siamo chiesti se non era meglio un Commissario prefettizio che un Sindaco come quello del nostro Comune? Per carità, non tutti i sindaci decidono di non scegliere. Alcuni riescono a prendere qualche decisione, ma senza una buona squadra il rischio di essere rovesciati è dietro l’angolo.

Andiamo con ordine. L’elemento centrale per il buon funzionamento di un Comune è il rapporto che unisce il potere politico del sindaco a quello amministrativo dei dipendenti pubblici. Ogni singolo Comune ha un vero e proprio apparato amministrativo che conosce bene le normative, a differenza dei rappresentanti eletti che difficilmente riescono a sostenere il confronto con i vari settori amministrativi, i quali hanno dalla loro anche il fattore tempo: ogni dipendente comunale viene a contatto con sei diversi mandati elettorali prima di raggiungere la pensione. Un sindaco si trova spesso in una situazione di subalternità rispetto al dirigente di una determinata area amministrativa, che nel corso degli anni avrà accumulato un’esperienza tale da potersi muovere con tranquillità.

Questa condizione è stata accentuata dal ruolo dei Partiti politici, che negli anni hanno conosciuto un’evidente flessione sia in termini di azione politica che di consensi. I partiti politici della Prima Repubblica decidevano su tutto, e ancora oggi gli apparati amministrativi di molti Comuni sono costituiti dalle scelte partitiche che furono del Partito comunista, del Partito socialista e della Democrazia Cristiana.

Il risultato è che oggi un sindaco dovrebbe essere ancor più preparato perché un dipendente, che ha un legame contrattuale con l’Ente ma non più un filo diretto con il partito, ha una libertà di manovra che un sindaco difficilmente riesce ad affrontare. Anche per questa ragione si chiama in causa il Segretario comunale per gestire i rapporti tra amministratori e dipendenti pubblici, ma le spese aumentano e non sempre le cose vanno per il verso giusto.

Anche per questa ragione il ruolo del sindaco appare sempre più come un referente per il politico locale piuttosto che una figura in grado di prendere decisioni a beneficio della collettività. Sopra le macerie dei partiti, i politici locali scelgono il “proprio” candidato con l’effetto di ridimensionare ulteriormente la già modesta azione politica e amministrativa dei sindaci, i quali seguono e sostengono il percorso di chi li ha scelti piuttosto che le esigenze dei cittadini.

Assistiamo così a candidature che disegnano i contorni di un’epoca.

Lucio Presta – Il Manager dei Vip – si era candidato a Sindaco di Cosenza con la benedizione di un PD giá capace di far eleggere Giorgio Gori Sindaco di Bergamo:

“Chi lavora in tv – affermava un lanciatissimo Presta prima del suo ritiro – conosce numeri e finanziamenti. Ci siamo fatti una telefonata con Giorgio Gori che mi diceva quanto la nostra esperienza sia utile per amministrare un Comune” (Corriere della Sera, 13/3/2016).

E noi a chiederci le ragioni dell’astensionismo.

 

 

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