Servizio idrico integrato, i sindaci e la sorveglianza pubblica

Servizio idrico integrato, i sindaci e la sorveglianza pubblica

valtellinanews.it

Il Referendum del 2011 ha decretato due importanti principi: con il primo si è deciso di non obbligare i Comuni a fare una gara pubblica per affidare la gestione del servizio idrico; con il secondo principio si è stabilito che i costi per gli investimenti del gestore venissero calcolati su quanto effettivamente investito e non in modo forfettario al 7%.

A distanza di cinque anni dal Referendum alcune realtà locali hanno deciso di tornare alla gestione diretta del servizio idrico, molte altre, invece, hanno continuato ad affidare la gestione ai privati, con i Comuni nel ruolo di sorveglianza pubblica.

Nell’approfondimento dedicato al tema della gestione idrica integrata abbiamo scelto l’ambito dell’Autorità Idrica Toscana Conferenza territoriale ATO 4 Alto Valdarno (31 Comuni della provincia di Arezzo e 5 della provincia di Siena) proprio perché questo importante territorio ha visto nascere “la prima esperienza italiana di applicazione della Legge Galli sulla gestione integrata del ciclo idrico (L. 36/1994), con il superamento delle gestione diretta dei singoli comuni”.

La gestione è affidata a Nuove Acque S.p.a., una società che nasce nel 1999 e ha una previsione di “durata sino al dicembre 2050”, con un capitale azionario diviso tra soci pubblici (53,84%) e soci privati, Intesa Aretina Scarl (46,16%). Considerando la data di nascita del gestore e la sua previsione di vita, è facile comprendere come il processo di gestione integrata abbia attraversato (e voglia attraversare) epoche politiche assai diverse, con equilibri amministrativi diametralmente opposti.

Le contraddizioni che abbiamo individuato riguardano il ruolo dei sindaci sia nella Conferenza territoriale, sia nel Consiglio di Amministrazione di Nuove Acque S.p.a.

Partiamo dalla Conferenza territoriale, che poteva rappresentare un valido contrappeso alla gestione idrica integrata. I sindaci, con diritto di voto, lamentano spesso i troppi tecnicismi discussi nelle riunioni, ma questo non ci sembra un valido motivo per votare a favore di provvedimenti che proprio per il loro tecnicismo non si comprendono fino in fondo. Quando non si hanno ben chiari i numeri non si deve votare: rinviare le decisioni fino a quando non si comprendono gli effetti di certe decisioni.

I sindaci dovrebbero avvalersi della preziosa collaborazione del Comitato Acqua Pubblica, che da anni svolge un’importante funzione di controllo pubblico a tutela dei cittadini. Questo potrebbe essere il primo passo per dare forza e credibilità al ruolo di sorveglianti pubblici nella gestione del servizio idrico integrato.

Il secondo ambito di discussione riguarda il gestore del servizio, ovvero Nuove Acque S.p.a. Negli ultimi mesi abbiamo assistito alla decisione di distribuire ai soci gli utili del 2015: circa 1 milione e 700 mila euro, di cui 790 mila ai soci privati.

Solo il Comune di Chianciano Terme ha votato contro questa decisione.

“Nella relazione di Bilancio – ha affermato l’Assessore Damiano Rocchi – ci sono numerose incertezze di carattere economico-finanziario, abbiamo così proposto il totale accantonamento degli utili affinché potessero essere mantenuti gli equilibri finanziari per garantire il rimborso dei prestiti bancari, un adeguato livello di manutenzione sulla rete idrica e soprattutto, per la ‘parte pubblica’, sostenere agevolazioni tariffarie”.

Purtroppo solo 1 Comune su 37 è andato verso questa direzione.

Anche il Comitato Acqua Pubblica di Arezzo ha evidenziato come già “nel 2014 non sia stato accantonato niente, in difformità con le disposizioni” mentre Nuove Acque ha realizzato alcuni investimenti con contributo a fondo perduto dalla Regione e dalla Stato”, creando un evidente circolo vizioso.

“Lo Stato – affermano dal Comitato – finanzia per 1 milione di Euro la realizzazione di un depuratore. L’ammortamento annuo – poniamo 100 mila euro – determina un incremento tariffario di pari importo a carico degli utenti. Tali 100 mila Euro annui, per 10 anni, sono ricavi del gestore e come tali contribuiscono alla determinazione dell’utile d’esercizio e ai dividenti distribuiti ai soci”.

Poteva essere l’occasione per finanziare alcune agevolazioni tariffarie a carattere sociale, consentite già dal 2012, ma di fatto i sindaci continuano a marciare divisi provocando un pericoloso quanto continuo indebolimento della sorveglianza pubblica.

I sindaci potrebbero riscrivere le regole della sorveglianza pubblica rispetto alla gestione privata, una battaglia che riscuoterebbe certamente consensi tra le persone creando le condizioni per un nuovo patto di fiducia tra cittadino e istituzioni.

“Un Comune – si legge su l’Unità – è pienamente libero di scegliere le modalità di affidamento di un servizio pubblico locale di rilevanza economica: può fare la gara (alla quale può ovviamente partecipare un’azienda pubblica), o può affidare in-house ad una società a capitale interamente pubblica e che il Comune controlli ‘come se fosse un ufficio pubblico’: il Comune deve poter effettuare su tale società un controllo e una capacità di intervento analoghi a quelli esercitabili su un ufficio dell’amministrazione comunale”.

Se i sindaci non svolgono questo ruolo è inutile parlare di gestione idrica integrata, si dovrebbe invece parlare di privatizzazione del servizio idrico. Ma fino a quando la privatizzazione non sarà sancita in modo ufficiale, i sindaci hanno il dovere di mettere in discussione tutto: dalle politiche di Nuove Acque alle dinamiche interne alla Conferenza territoriale, passando da una riformulazione complessiva della sorveglianza pubblica, che non può essere affidata genericamente all’Autorità Idrica Toscana ma costruita da ogni sindaco in ogni singolo Comune: una rete di controllo guidata dall’unica realtà che cerca quotidianamente di tutelare gli interessi dei cittadini: il Comitato Acqua Pubblica.

 

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