Jobs Act, il lavoro al tempo di Matteo Renzi

Jobs Act, il lavoro al tempo di Matteo Renzi

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E alla fine sono arrivati i primi segnali positivi sul lavoro. I dati diffusi dall’Inps mostrano un incremento delle nuove assunzioni – 1 milione e 871mila contratti in più – seguito da una stabilizzazione dei rapporti di lavoro: 499mila trasformazioni contrattuali da tempo determinato a indeterminato.

È evidente che le aziende italiane non si sono fatte sfuggire gli sgravi fiscali per assumere a tempo indeterminato: 8mila euro l’anno per tre anni.

avanzi.org
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Il Governo Renzi incassa così il primo punto a favore, anche se siamo ben lontani da una vittoria sul lavoro precario che ha conosciuto nel 2015 un temibile nemico: il massiccio utilizzo dei voucher per il pagamento del lavoro accessorio (un aumento del 66% rispetto al 2014).

Se da un lato il consueto ottimismo del Premier Renzi deve fare i conti con una situazione difficile e tutta in divenire, dall’altro le critiche nei confronti del Jobs Act conoscono una prima vera battuta d’arresto. A tale proposito siamo andati da Marco Salvini – Segretario Generale della Cisl in Provincia di Arezzo – per approfondire l’impatto che ha avuto il Jobs Act sul Mercato del lavoro.

“In realtà – esordisce Salvini – vedremo gli effetti del Jobs Act tra qualche anno. A oggi possiamo dire che gli sgravi hanno dato un incentivo significati ad assumere a tempo indeterminato, ma l’impatto più evidente (che non riguarda il Jobs Act) è lo sblocco delle pensioni dopo anni di continui rallentamenti per uscire dal mondo del lavoro”.

Oltre ai numeri pubblicati dal’Inps, cosa possiamo dire sul Jobs Act?

“Matteo Renzi ha scommesso su apprendistato e contratti a termine, mettendo in crisi le agenzie internali: che non hanno più senso perché l’azienda assume direttamente il lavoratore. Allo stesso tempo però ha colpito i Sindacati perché ha tolto gli stacchi, ha abbassato il livello di partecipazione e ha tolto risorse importanti ai servizi patronali. L’obiettivo complessivo di Renzi è stato di colpire il livello intermedio della contrattazione, del dibattito”.

Un’azione governativa che va nella direzione delle aziende?

“Molte aziende, soprattutto quelle medio grandi, stanno sviluppando una forma di ‘paternalismo’ rispetto ai propri dipendenti, cercando una fidelizzazione declinata in tanti modi: da come utilizzare il tempo libero fino alla gestione delle proprie risorse. L’obiettivo è di tenere lontano i sindacati dall’azienda”.

E ci sono riusciti?

“Il Sindacato è tuttora fondamentale per risolvere molte problematiche legate al mondo del lavoro. Molto più spesso, quando sono chiamato nelle aziende, non trovo Confindustria come controparte, ma un professionista. Sergio Marchionne è uscito da Confindustria, molte altre aziende hanno fatto lo stesso, ma l‘effetto è stato quello di indebolire la nostra controparte”.

A due anni dall’insediamento a Palazzo Chigi, come definirebbe l’azione del Governo Renzi?

“Non è un Governo amico. Tuttavia, se la sfida era di cambiare gli assetti, in primis quelli istituzionali, Matteo Renzi sta interpretando bene il suo ruolo. Ma se vogliano andare in fondo a questa vicenda è giusto attuare una liberalizzazione complessiva del sistema economico, con l’abolizione degli albi che non hanno più senso nell’Italia del XXI secolo. Oggi non possiamo chiedere flessibilità ai soli lavoratori dipendenti, ma a tutte le figure lavorative: comprese le aziende che predicano la liberalizzazione del mercato del lavoro, ma poi creano nicchie di potere.”

 

 

 

 

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