#ElezioniRegionali2015: parte prima

#ElezioniRegionali2015: parte prima

Diamo uno sguardo ai risultati delle Elezioni Regionali per capire se la politica di Renzi ha avuto effetti sugli equilibri politici territoriali.

Premessa: come nei peggiori incubi Rosy Bindi è riapparsa nel dibattito politico con un clistere in mano. Bindi, parlamentare PD e presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ha provato a mantenere la promessa di lasciare il segno prima di abbandonare la vita politica: additata da Renzi come una delle responsabili delle storiche sconfitte del centrosinistra, Rosy ha cercato di azzoppare il candidato PD in Campania Vincenzo De Luca, l’impresentabile di spicco individuato dalla Commissione da lei presieduta.

Non è riuscita nel suo intento, perché in politica con la questione della moralità e della giustizia si battono sonore boccate, ed è quello che poi è accaduto: De Luca ha vinto su Stefano Caldoro – governatore uscente del centrodestra e apprezzato da molti –  sulla Bindi e sul PD: la distanza di voti tra il partito che lo sosteneva e i voti al candidato De Luca, sono clamorosamente spostati sul secondo.

Lo scontro nel PD sarà all’arma bianca e non solo per il fuoco amico che ha colpito Renzi in un momento delicato. De Luca ha vinto ma la Legge Severino incombe: potrebbe far decadere il neogovernatore riaprendo a nuove elezioni, ma soprattutto sancirebbe la sconfitta di Renzi in Campania. Vedremo.

Detto questo, guardiamo da vicino cosa è accaduto in questa tornata elettorale in Italia. Nella nottata post elettorale è scoppiato il caso Liguria. In questo caso il candidato di centrodestra Giovanni Toti ha vinto contro Raffaella Paita che si era imposta nelle primarie PD su Sergio Cofferati. Quest’ultimo però non aveva accettato la sconfitta denunciando infiltrazioni di elettori di centrodestra a sostegno di Paita: se ne era andato sostenendo poi una lista indipendente di sinistra capeggiata da Luca Pastorino, ex deputato civatiano, che ha raggiunto il 10% dei consensi.

In Liguria Giovanni Toti ha vinto su Paita ma al contempo sul PD e dintorni. Anche nel territorio ligure un altro uomo politico della tradizione post comunista come Cofferati non si è riconosciuto nel progetto politico renziano: lui però ha preferito andarsene. Questa volta la scelta è stata politica, non giudiziaria come la Bindi, ma si sa la scissione a sinistra non porta bene.. e in Liguria vince il centrodestra.

Poi ci sono le Regioni dove il neo governatore è PD ma non è renziano. Accade in Puglia, dove il vincitore Michele Emiliano era sceso in piazza con il lutto al braccio per protestare contro la riforma della scuola, accanto ai professori proprio nei giorni in cui Renzi atterrava a Bari: nemmeno un saluto tra i due. In Toscana, dove Enrico Rossi stravince senza se e senza ma, altro che Renzi… E poi c’è l’Umbria dove per un soffio il centrodestra non cambia la bandiera dopo oltre 70 anni di dominio comunista, senza però riuscire a scalzare la Governatrice Catiuscia Marini espressione della vecchia nomenclatura della sinistra umbra, non certamente renziana.

Proviamo un attimo a immaginare la discussione. Se l’Umbria andava al centrodestra Renzi poteva scendere nella terra degli Etruschi per dirgli: Signori miei qui bisogna cambiare tutto/i. E invece così può solo dire che la Regione Umbria è del PD, ma non è certo renziana.

In questo caso tutti i nemici interni di Renzi sono rimasti nel Partito Democratico, vincendo le Regionali e fermando il ricambio della classe dirigente per almeno cinque anni. Questi sì che sono problemi per la leaderschip di Matteo Renzi: oggi ha parlato di smetterla con la corrente organizzata e non si riferiva certo alla sua, di corrente.

Caso a parte sono le Marche e il Veneto. Quest’ultimo ha visto la vittoria schiacciante del governatore leghista uscente Luca Zaia. Mentre il candidato PD Alessandra Moretti ha palesato parecchi punti di distacco, circa 20.

Nelle Marche invece le cose sono andate diversamente. Il Pd aveva scelto l’ex sindaco di Pesaro Luca Ceriscioli con le primarie. Anche in questo caso non sono mancati scontri, ma l’operazione politica democratica ha avuto vita facile sia per lo smarrimento degli altri competitor sia per il tipo di coalizione: dai centristi a liste civiche, passando ovviamente dal PD.

La visita in terra marchigiana di Matteo Renzi ha avuto questo sapore: ha messo la faccia dov’era possibile metterla, anche se Ceriscioli proviene dall’area post comunista (PDS).

Renzi e i renziani hanno un problema interno: più si allontanano da Roma e più problemi incontrano. Il cambio di passo è bloccato dagli storici blocchi di potere, per lo più post comunisti, che sanno fare il loro mestiere, e se poi perdono alle primarie si può sempre fare una scissione a sinistra per un laboratorio da esportare nel resto del Paese. Contenti loro.

A sinistra del PD lo spazio politico non lo vedo. Le realtà politica ha superato le logiche degli schieramenti tradizionali, come dimostrano Lega Nord e Movimento Cinque Stelle.

A Renzi e ai renziani serve maggiore coraggio per cercare di cambiare nei territori gli equilibri politici stratificati e interessati, il problema è: come?

Con un passo alla volta si corre il rischio di non vedere mai il progetto compiuto, un po’ perché le cose cambiano molto velocemente e nessuno dura in eterno, un po’ perché nelle elezioni Regionali e amministrative la proposta deve essere chiara, netta: dire di essere giovani non basta più, lasciare alle solite facce il verbo del cambiamento fa aumentare l’astensione, fa perdere voti e alla lunga fa perdere pure le elezioni.

Il punto debole della politica renziana? Il gap tra la sua strategia nella politica nazionale e la classe dirigente del PD a livello locale: di fatto le regioni sono ancora in mano ai soliti noti che non si possono annoverare tra i fans di Renzi e la nuova schiera di “giovani” non è stata ancora capace di produrre un modello di governance locale che possa scalzare i “vecchi politici”. Sempre la stessa storia.

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